domenica 5 dicembre 2010

La Spezia Avvelenata

Il Manifesto, 21 novembre 2010
Andrea Palladino

Dopo 14 anni si avvicina alla sentenza il processo per la devastazione della collina di Pitelli, sopra il golfo di La Spezia. Una zona grande quattro volte Porto Marghera, per anni sommersa di ogni genere di rifiuti industriali

LA SPEZIA. In quattordici anni il mondo è cambiato. Tre guerre, l'11 settembre, due governi Berlusconi, Prodi, D'Alema e ancora Prodi. Quattordici anni è la durata del processo per la devastazione di una collina sul Golfo di La Spezia, Pitelli, forse la più grande discarica industriale italiana. Un tempo che serve l'impunità di fatto assoluta per il traffico dei rifiuti pericolosi in Italia, che la Cia stimava in 80 milioni di tonnellate negli anni '90 e che oggi quasi nessuno conta più. Ovvero quella sorta di impunità che ha riguardato gran parte delle inchieste per le rotte dei veleni dell'Italia degli ultimi decenni. Archiviati i processi per la nave Rosso spiaggiata ad Amantea, archiviati i processi per le navi a perdere, senza colpevoli e, soprattutto, senza mandanti gli omicidi di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi in un agguato mentre seguivano le tracce dei traffici di rifiuti verso la Somalia. Prescritto il processo contro i responsabili dei viaggi delle navi dei veleni degli anni '80, quando l'Italia esportava tonnellate di scorie verso l'Africa e il Sud America. E ora il processo di Pitelli, vicino alla sentenza di primo grado dopo più di un decennio di udienze e prossimo alla prescrizione.

Nell'auletta della sezione penale di La Spezia sono passati quasi una trentina di imputati, decine di avvocati, almeno due generazioni di magistrati. E la storia di una città, simbolica e volutamente dimenticata.

Il sistema Duvia

Nell'ultima udienza dedicata alla discussione delle parti civili l'avvocato Roberto Lamma, per Legambiente, ha ricostruito pezzo dopo pezzo il sistema di Orazio Duvia, il dominus di Pitelli: «C'è una strategia di fondo in questa storia che si basa sull'opacità del sistema di gestione dei rifiuti. Una strategia del fatto compiuto». Ed è questa la chiave che può spiegare perché ancora oggi la gestione delle scorie industriali e perfino della comune monnezza è un'eterna emergenza e il miglior business italiano. Era l'agosto del 1976 quando Orazio Duvia chiese in sostanza di poter sistemare la collina di Pitelli - che per il piano regolatore era interamente destinata a verde, con un valore paesaggistico vincolante - buttando qualche rifiuto inerte. Qualche calcinaccio, un po' di sabbia, tutta roba innocua, giurava. «Poi va oltre - ha raccontato Lamma - e arriva il fatto compiuto». A Pitelli scaricano camion di rifiuti di ogni genere, mentre il Comune di La Spezia si preparava ad accettare quel fatto compiuto, architrave del sistema Duvia. Il principio che andrà avanti fino al 1996 sarà sempre lo stesso: prima vengono sversati i rifiuti, poi Comune e Provincia sanano il tutto, con autorizzazioni ex post.

Il risultato del sistema Duvia è ora quell'enorme area contaminata che sovrasta il golfo dei poeti. «Una zona grande come quattro Porto Marghera messe insieme - sottolinea l'avvocato di Legambiente - ovvero il secondo sito d'interesse nazionale dopo l'Acna di Cengio». Una devastazione che forse non ha eguali nella storia italiana e che ora sarà impossibile risanare.

Un'incredibile coincidenza

Gli anni '80 e i primi anni '90 sono stati i peggiori. Il traffico dei camion carichi di scorie industriali aumentava mese dopo mese, riempiendo quattro crateri. La prima buca, la più antica, che non ha mai avuto un isolamento dal terreno e dalle falde acquifere venne coperta con altri tre invasi, messi uno sopra l'altro, come in una torre devastante per l'ambiente del golfo di La Spezia. Oggi è impossibile andare a vedere cosa è nascosto in quella prima fossa e riuscire a risanare è un'impresa senza nessuna possibilità di successo. Le conseguenze colpiranno intere generazioni, per decenni.

Alla fine del 1984 il pretore di La Spezia Attinà firmò quello che fu l'unico sequestro - fino al 1996, data della chiusura della discarica - dell'enorme invaso di Pitelli. Oggi l'anziano magistrato ricorda ancora quegli anni. «C'erano degli evidenti abusi e per me fu naturale ordinarne la chiusura», spiega. «Dopo poco passai al giudicante - ricorda - e un altro magistrato dispose la riapertura». Salta così agli occhi una incredibile coincidenza, temporale ma significativa. La chiusura momentanea della discarica di Pitelli - dal 1984 al 1986 - coincide chirurgicamente con l'epoca dei viaggi delle navi dei veleni, che iniziarono a caricare i rifiuti tossici dell'industria del nord Italia sulla banchina del porto di Marina di Carrara, distante pochi chilometri da La Spezia. Coincidenze? Forse, ma sembra evidente che le rotte dei veleni rispondessero ad un'unica regia, rimasta ancora oggi oscura.

Il sistema di corruzione

Non è possibile capire il caso Pitelli senza guardare quella sorta di libro mastro delle tangenti trovato negli uffici di Orazio Duvia durante le perquisizioni ordinate dal Pm di Asti Luciano Tarditi nel 1996. C'erano politici, funzionari pubblici, militari, decine di persone pagate dal re delle scorie di Pitelli. «Tutti reati oggi prescritti - spiega l'avvocato Roberto Lamma - ma necessari per capire storicamente quello che è accaduto». Ed è significativo l'episodio che Roberto Lamma ha ricordato nella sua ricostruzione dei fatti: «Questo foglio battuto a macchina è il primo esposto che presentammo come Legambiente nel 1988», spiega al collegio mostrando le pagine ormai ingiallite, simili alle antiche veline usate dai dattilografi. Un esposto dettagliato, minuzioso che avrebbe potuto fermare la distruzione della collina di Pitelli forse al momento giusto. Peccato, però, che quel fascicolo sparì. «Quando iniziammo l'inchiesta - ricorda Benito Castiglia, oggi comandante del Corpo forestale dello stato di La Spezia - la prima cosa che facemmo fu di verificare tutti i procedimenti a carico del gruppo di Orazio Duvia». Nel registro c'erano le tracce dell'esposto del 1988, ma tutte le carte erano sparite dai locali del Tribunale. Una minima parte del fascicolo venne ritrovato a casa di uno degli arrestati, ma non fu possibile ricostruire le eventuali complicità all'interno del palazzo di Giustizia. L'unica imputazione non prescritta è la più grave, il disastro ambientale doloso. Arrivare alla condanna è fondamentale per, almeno, stabilire una verità storica, per chiudere con dignità questa pagina terribile della storia della città di La Spezia. Ma soprattutto dovrà servire per rompere la lunga catena dell'impunità, quella sorta di licenza ad inquinare che ancora oggi è la principale causa della devastazione ambientale in Italia.

Pensando al bene sociale. I ricordi di chi ha lavorato nella struttura della ex Colonia Olivetti

La Nazione, 16 novembre
Roberto Mazza, professore di Psicologia sociale e di Servizio sociale all’Università degli Studi di Pisa



Nel 1980 lo stato della Colonia Olivetti (ex Gil) era ancora in condizioni perfette. Ogni anno alcuni operai e giardinieri provvedevano a mantenerla con ordinarie manutenzioni, controlli e piccoli restauri, pitturazioni, sistemazioni infissi, giardinaggio e potature della pineta. Le varie maestranze assicuravano alla struttura il dovuto decoro e la sicurezza necessaria per poter ospitare ogni anno centinaia di figli di operai e di impiegati (età compresa tra i 6 e gli 11 anni), che raggiungevano Marinella da Ivrea. Da giugno a settembre la colonia si popolava, come un vecchio e prestigioso albergo della riviera, con centinaia di piccoli ospiti, venti educatori, direttori, economi, magazzinieri, camerieri, inservienti, perfino uno psicoanalista che di tanto in tanto giungeva da Firenze per supervisionare i gruppi di operatori. La funzione psico-socio-pedagogica (ma anche di prevenzione sanitaria) della colonia rispondeva a quella filosofia sociale cara ad Adriano Olivetti di voler garantire ai figli dei dipendenti (anche a chi non avrebbe potuto permetterselo) vacanze salutari, socializzazione, gioco, educazione, investendo una parte dei profitti dell’azienda in servizi sociali. In quegli anni ero tra i tanti giovani “monitori” selezionati ed addestrati da Olivetti nei centri Cemea, prestigiose scuole di formazione di gruppo sorte in Francia durante la resistenza, e prosecutori di una grande tradizione di esperienze di approccio democratico e partecipativo, secondo i principi di educazione attiva e col contributo dei modelli psicoanalitici applicati alla pedagogia. Per conto di Olivetti, Lia e Cesare Godano gestivano a Ponzano Magra, in una bella villa liberty (ora circondata dagli obrobri delle giunte palazzinare), uno dei centri di formazione residenziale in questa prospettiva.

La colonia offriva quindi lavoro a circa venti educatori, di cui 4 maschi e 16 femmine. I rapporti “affettivi” tra gli educatori erano vietati da norme implicite, ma severamente tramandate. Nessuno trasgrediva, almeno dentro la struttura. Come dovrebbe accadere in ogni “comunità” rispettabile, regole e rigore erano essenziali per lo svolgimento al meglio delle attività per cui eravamo destinati, e per il buon funzionamento dei gruppi. Vitto e alloggio erano straordinari. Gli stipendi ottimi. Con il primo mi pagai un mese di soggiorno-studio a Londra.

Ogni sera la severa direttrice – messi a letto i bambini - ci accudiva con sorbetti, gelati e frutta, ricompensandoci delle fatiche diurne. Le ultime ore della serata erano passate in giardino di fronte al mare o nella terrazza fantastica fronte mare, che il regime già destinava all’elioterapia. Si trattava di una struttura già estremamente funzionale, con pochissime barriere architettoniche, grandi saloni ben divisi e servizi accessibili. Il rapporto colonia-spiaggia-pineta era perfetto. Dal giardino si accede infatti direttamente alla spiaggia. Lato monti invece la pineta assicurava ai bambini ore di gioco tranquille e fresche nelle ore pomeridiane. Ci si può solo immaginare cosa fosse Marinella prima dei palazotti a mare, e prima ancora che costruissero gli edifici che separano la tenuta dalla pineta, e prima che venisse pensata “Luni mare”. I deboli, anche se plausibili motivi, per cui i fossati di Sarzana vennero riempiti di palazzotti, qui a Marinella non trovano alcuna sensata giustificazione. Le poesie di Corrado Martinetti e qualche immagine d’epoca possono farci capire la portata del disastro.

Curiosamente Gil, nata nel ventennio per assicurare il benessere delle generazioni future ma anche la cura e la prevenzione del rachitismo diffuso negli anni 30, e assicurare a molte famiglie sollievo e cure (anche alimentari) altrimenti impensabili, proseguiva con l’esperienza di Olivetti, ripulita degli elementi ideologici del Littorio e ridefinita nei termini di una esperienza innovativa da un punto di vista psicopedagogico, che includeva peraltro anche consulenza sanitaria, dietologica e prevenzione odontoiatrica. L’attenzione e l’approccio rivoluzionario di Adriano Olivetti ai servizi sociali è ancora oggi argomento di convegni e monografie. La lungimiranza ed avanguardia del Centro Studi di Ivrea è assai nota, e già dal dopoguerra, si annoveravano tra i consulenti giovani studiosi come Francesco Alberoni e Franco Ferrarotti, psicoanalisti del calibro di Cesare Musatti, pedagogisti e giuslavoristi di fama internazionale. Anche la colonia di marinella era un esemplare di questo modello ideale di gestione aziendale, democratica, partecipata, innovativa.



Ma la full-immersion di quei mesi estivi passati a soli vent’anni, 24 ore su 24 in colonia, scandita da lavoro, riposo, recite, responsabilità per i bambini, sieste pomeridiane, bagni, serate in terrazza, profumi, silenzi, canti di gruppo, paesaggi, aquiloni, tramonti, evoca inevitabilmente, insieme alle molte emozioni, alcune importanti riflessioni sugli usi, abusi e trascuratezze dei beni pubblici , i nostri beni comuni importanti e belli, come questo. La scarsa considerazione ed attenzione al loro mantenimento e cura svela disattenzione e nessun rispetto per i beni culturali da parte delle amministrazioni di oggi, che si spinge in taluni casi al disprezzo della nostra storia (Salvatore Settis ci ha spiegato come durante il ventennio ci fosse maggior sensibilità alla tutela dei beni culturali e paesaggistici di quanta ve ne sia oggi). Ma anche l’incapacità di percepire o di inventare modi diversi per produrre cultura e forse anche lavoro, attraverso nuove forme d’uso di tali beni e differenti approcci turistici ai nostri luoghi.

Il degrado della struttura, avviato dagli anni 80 ad oggi (e per cui ci stiamo mobilitando), se ancora protratto porterebbe inevitabilmente a definirne lo stato di abbandono e di definitiva irrecuperabilità di questa opera, offrendo il solito interessante boccone ai costruttori sempre attenti verso “aree di prestigio degradate” ed alle amministrazioni comunali e regionali con le casse esangui, ed in cerca di nuove entrate.

Ma il mio stupore è suscitato sempre più spesso dai comportamenti degli amministratori locali e dalla loro attenzione quasi ossessiva ai nuovi piani edificatori, alle varianti, alle licenze facili, ai centri commerciali; viceversa una totale mancanza di attenzione al recupero ed al riordino degli spazi pubblici, al disinteresse per possibili aree archeologiche, alla manutenzione dei beni culturali, di cui anche i paesaggi sono parte consistente, ma considerati evidentemente solo un peso assai oneroso: ne è esempio la colonia, ma anche villa Ollandini e quello che era il suo meraviglioso giardino, la fortezza di Sarzanello, la vecchia strada ciottolata che conduce alla Fortezza Castracani, l’ospedale San Bartolomeo, il meno prezioso palazzo neogotico, sede del Canale Lunense, la cui facciata è offesa da quindici anni di totale incuria, il cui manufatto era probabilmente così solido che capriate esterne e tapparelle in legno tuttora resistono allo spregio di gronde e pluviali bucati che le innondano di acqua per interi inverni. E molti altri preziosi manufatti che costituicono le vere risorse inestimabili del nostro territorio.



Non sono tempi facili, ma avremmo bisogno di imprenditori e amministratori che come, Adriano Olivetti, non investissero solo per i propri interessi personali. Ci mancano imprenditori e amministratori illuminati, che guardino al futuro dei giovani, che abbiano fantasia e coraggio, che investano sul tempo, sull’equità e sostenibilità degli interventi, sulla cultura, sul turismo. La via del mattone, come quella dei centri commerciali sulle aree vergini, è la più facile, scontata, corruttibile, ha tempi brevi, distrugge l’appeal del nostro territorio, produce profitti per pochi, offre lavoro edile a termine, promette alle famiglie l’impiego per centinaia di commessi part-time, senza formazione e quindi con limitatissime prospettive per il futuro.


giovedì 7 ottobre 2010

POSTI BARCA, PENSARE AI LIMITI

Fonte: http://www.regione.liguria.it/

Burlando all'inaugurazione del cinquantesimo Salone Nautico invita a riflettere sull'opportunità di aumentare ancora la capacità dei porticcioli liguri.

Il convegno inaugurale del cinquantesimo Salone Nautico di Genova è stato tra i più interessanti che io ricordi, come contenuti. Le riflessioni avviate da tutti i relatori meritano di avere un seguito nelle prossime occasioni e nelle sedi più opportune.

La nautica è una grande risorsa per la Liguria, sia per i cantieri che hanno una grande tradizione sia per il turismo. Ma i cantieri sono in crisi, e anche i posti barca non si vendono con la stessa facilità di qualche anno fa. Ho incontrato non molto tempo fa la vedova di un imprenditore che ha fondato un piccolo cantiere negli anni sessanta. Lei ha preso il timone dell'azienda e ha continuato. Mi diceva: costruivamo venticinque barche all'anno, ora abbiamo ordini per cinque. Però resisto, non ho licenziato nessuno e non voglio farlo.

Ecco, è questa "resistenza" che vorrei sostenere con tutte le forze. Soprattutto in un periodo di crisi dobbiamo salvare la produzione. Se la Liguria (come il resto d'Italia) perde la produzione industriale muore. Sono il settore primario e il secondario che producono ricchezza, gli altri, che pure hanno un ruolo importantissimo, la ridistribuiscono solamente. Se perdiamo la capacità di produrre, quando finirà la crisi cosa faremo?

Se riguardo alla cantieristica penso solo a come incentivarla e a non perdere il patrimonio di impresa, di indotto e di professionalità del territorio ligure, riguardo ai porticcioli comincio invece a pensare che sia ora di porsi un limite. Negli ultimi dieci anni siamo passati da 14.000 a 25.000 posti barca in Liguria. E i progetti per aumentarli ancora non mancano. Un incremento eccessivo, che non corrisponde a un incremento proporzionale nel resto d'Italia.

Il Ministro Matteoli ha detto che siamo ancora indietro rispetto alla Francia. Ma a livello nazionale, appunto: cominciamo a pensare che in Liguria lo spazio per nuovi posti barca è pressoché esaurito. Non si tratta solo di un problema ambientale e paesaggistico, che pure è rilevante: si tratta anche di lasciare il mare ai liguri, ai tanti che possono permettersi solo un gozzo o neanche quello, e che pure per tradizione vivono il mare e vorrebbero viverlo come potevano fare i loro nonni.

Certo, un posto barca in Liguria è prezioso, è appetibile per il mercato. La Liguria è il naturale sbocco al mare del Nord Ovest ricco e quindi di tanti proprietari di barche di lusso. Ed è una meta di prestigio per gli appassionati di nautica. Ma il prestigio bisogna anche saperlo conservare, e non sembra una buona strada consentire una proliferazione indefinita dei posti barca e diminuire, di conseguenza, lo spazio per la fruizione libera della costa. Se dobbiamo aumentarli ancora diamo la precedenza alla nautica sociale e stoppiamo il resto.

Certo, bisogna fare delle scelte. C'è il tempo di farle in una direzione, c'è il tempo in cui bisogna avere il coraggio di fermarsi e cambiare. Quando è stata costruita la Fiera di Genova, che in breve è diventata teatro di questo magnifico Salone che è arrivato alla cifra tonda del mezzo secolo, la mia vecchia zia era triste perché le avevano tolto i bagni Strega, che erano da sempre il suo stabilimento balneare. Eppure chi ha costruito la Fiera ha dato prova, oggi lo possiamo dire, di grande lungimiranza. La Fiera e il Salone sono stati fondamentali per Genova e per la Liguria.

Invece qualche posto barca in più, dopo che li abbiamo quasi raddoppiati in dieci anni, sarà così fondamentale? O non rischia piuttosto di compromettere quegli stessi equilibri delicati e preziosi su cui si basa la competitività del nostro turismo? Pensiamoci.

domenica 26 settembre 2010

URBANISTICA NO AI MEGA PROGETTI DAL MOVIMENTO «STOP CONSUMO DEL SUOLO»

Fonte: La Nazione, 23/9/2010

ASSEMBLEA NAZIONALE


Ambientalisti e comitati al lavoro 2 giorni in Cittadella sullo «sviluppo sostenibile»


COME fermare la cementificazione e la distruzione del territorio? Come dimostrare a tutti, in primis agli amministratori, che un altro sviluppo è possibile? Queste e altre domande hanno animato gli «stati generali» del movimento «Stop al consumo di territorio», che ha tenuto la sua assemblea nazionale a Sarzana lo scorso fine settimana. Oltre 300 persone hanno partecipato, dibattendo per ore di tutela del paesaggio e sostenibilità ed ascoltando le denunce e le relazioni di tecnici, associazioni, comitati e rappresentanti del mondo dell’ambientalismo provenienti da tutta Italia. Al centro della discussione ovviamente le grandi istanze locali, come Marinella, Progetto Botta, Calata Paita, ma anche Santo Stefano col suo territorio «martoriato, coperto di rifiuti, case, shopping-centers, containers». Ospiti illustri come i presidenti nazionali di Legambiente e Slow Food, urbanisti, giornalisti si sono alternati agli interventi di semplici cittadini. «Purtroppo il nostro territorio continua a sfornare idee deliranti — il commento di Roberto Mazza, il portavoce spezzino di «Stop al consumo» — il grande outlet a Brugnato, i capannoni in Val Graveglia, campi da golf in Val di Vara, una darsena di proporzioni enormi sul Magra, 83.000 mq di abitazioni a Fiumaretta e Marinella... Le amministrazioni anziché investire sul turismo sostenibile sognano centri commerciali, zone artigianali, capannoni, terze corsie, grandi alberghi e fingono di non conoscere i dati sul declino dei grandi outlet, la crisi della nautica, la sovrabbondanza di alloggi sfitti. Come fare a fermarli, a distogliersi dall’equazione cemento-sviluppo-lavoro, prima che sia troppo tardi?» Molti i temi affrontati durante il convegno: da come misurare il consumo di suolo con Google Maps, alla sofferenza psichica causata dalla cementificazione. La domenica pomeriggio è stata dedicata alla realtà locale, con particolare attenzione al Progetto Marinella. Silvia Minozzi e Roberto Mazza, coordinatori del gruppo spezzino, hanno ribadito che non è intenzione del movimento opporsi in modo radicale al progetto ma proporre linee progettuali alternative che puntino su un turismo a misura della vallata, con connessioni agrituristiche, enogastronomiche, culturali ed archeologiche. Su questi temi numerosi interventi fra cui quello di Piero Donati, della Soprintendenza ai beni culturali, di Ennio Salamon, presidente della Doxa, dell’architetto Silvano D’alto, dei rappresentanti dei GAS locali e di Giovanni Gabriele, presidente della sezione spezzina di Italia Nostra. Insomma, «Stop al consumo» non molla, e come deciso all’unanimità durante l’assemblea, resterà un movimento aperto a tutti, privo di struttura formale ed estraneo a qualunque legame con partiti politici. Una rete di comunicazione aiuterà i comitati aderenti a far fronte comune per le prossime battaglie. Soddisfazione, quindi, per l’incontro di Sarzana con un unico rammarico: quello di non aver potuto trasmettere in diretta web (come era stato annunciato) i lavori dell’assemblea. «Ci scusiamo con chi sabato ha cercato di collegarsi — si legge nel sito web www.stopalconsumoditerritorio.it —ma le connessioni della Fortezza Firmafede si sono rilevate una autentica... Fortezza anche per le nostre capacità».



A MARE GLI OPERAI ARRIVANO GLI YACHT Fincantieri: via 2500 posti, meglio il cemento

Fonte: Il fatto Quotidiano, 21/9/2010

Di Ferruccio Sansa

Addio a Rex, Andrea Doria e Michelangelo. Fincantieri punta sul mattone. La sirena da decenni ogni mattina annunciava l’inizio del turno di lavoro. Migliaia di tute blu entravano nei cantieri. E le navi, alte come grattacieli, crescevano davanti alla città. Transatlantici capaci anche di conquistare il Nastro Azzurro, diventati in passato il simbolo dell’Italia. Così come, all’opposto, la decisione di Fincantieri di tagliare 2.480 posti è la fotografia di un Paese in crisi. Addio, lo storico cantiere di Sestri Ponente sarà riconvertito. Riva Trigoso e Castellammare di Stabia saranno chiusi. Si punterà sull’Adriatico, Monfalcone e Marghera.


Un maremoto per una delle industrie italiane d’eccellenza: la cantieristica. Una decisione che, però, nasconde retroscena inediti. In Liguria c’è chi, senza voler comparire, dà una lettura politica della decisione: “È il riflesso della scomparsa di Scajola dalla scena e del trionfo del Carroccio. I cantieri si concentrano sull’Adriatico, dove governa la Lega, così si puniscono le regioni di centrosinistra”.


Chissà. Ma a leggere le 50 pagine della bozza del “Piano Industriale 2010-2014 Fincantieri” presentato all’azionista Fintecna c’è un altro punto che colpisce: i cantieri lasciano posto al cemento. In un periodo di crisi per il settore navale, meglio puntare su un’attività più sicura. Forse le casse di Fincantieri ne trarranno beneficio, ma per Genova sarà una sberla in faccia: per i posti di lavoro persi, ma anche perché si disperde un patrimonio unico di competenza e tecnologia. Eppure Fincantieri punta in quella direzione: i cantieri di Castellammare di Stabia e Riva Trigoso saranno dismessi. Non solo: per aumentare esponenzialmente il valore delle aree saranno realizzate operazioni immobiliari.

lunedì 6 settembre 2010

Festival della Mente / LIGURIA DIVORATA DAL CEMENTO

Fonte: Il Secolo XIX 4/11/2010
Renzo Parodi

Salvatore Settis a Sarzana punta il dito sulle devastazioni del territorio: «Un posto barca ogni 30 abitanti. Così si va alla rovina»


RAPALLIZZAZIONE
La definizione giornalistica di “rapallizzazione”, nata negli anni Sessanta,è entrata nei vocabolari italiani per definire gli scempi edilizi di cui la città ligure fu per molto tempo un emblema

MARINELLA
Polemiche a Sarzana per il “progetto Marinella”. Per chi lo sostiene, rappresenta un’occasione per dare dignità alle attività e alle popolazioni di Marinella e Fiumaretta, colata di cemento per gli ambientalisti


MARGONARA
Durissimo nei mesi scorsi il confronto sul progetto firmato dall’architetto Massimiliano Fuksas, poi accantonato, per la realizzazione di una torre al porto turistico della Margonara a Savona


LA MENTALITÀ
«Chi ha i soldi ritiene che la maniera migliore per investirli sia nel mattone»

SARZANA. «Uno studio prevede che in Liguria ci sarà un posto barca ogni trenta abitanti.Siamo sicuri che vivremo decenni e secoli di ricchezza sempre maggiore e più diffusa, nei quali tanta gente potrà permettersi di acquistare una barca? O stiamo per caso togliendo le spiagge ai poveri per darle ai ricchi?».

Il professor Salvatore Settis ha appena concluso la sua lectio magistralis al Festival della Mente di Sarzana. Direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, docente di Storia dell’arte e di Archeologia classica.Fino ad un anno e mezzo fa è stato presidente del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici presso il ministero dei Beni Culturali, ma si è dimesso in polemica con il ministro Bondi. Settis ha intrattenuto la platea su “Paesaggio come bene comune, bellezza e potere”.
Professore, la Liguria come epitome della devastazione del territorio?
«Come dicevo la Liguria è stata martirizzata dal cemento, ha subito un assalto molto duro al suo territorio che avrebbe richiesto viceversa scelte nel segno della delicatezza».
Che cosa ha cambiato l’atteggiamento dell’uomo nei confronti della natura?
«Intanto non direi che dovunque si riscontri lo stesso atteggiamento di incuria verso il territorio che si riscontra in Italia. Gli italiani si erano distinti in passato per la cura del paesaggio e oggi si distinguono nel distruggerlo. E la Liguria è la regione con il più alto consumo di suolo nel Paese. Credo che questa sia dovuto ad una mentalità arcaica, che sopravvive. Chi ha i soldi ritiene che la maniera migliore per investirli sia nel mattone. Si ha paura di rischiare i propri soldi in investimenti produttivi di altro tipo, a maggior rischio. E non ci si rende conto che l’investimento in edilizia è a rischio altissimo. L’Italia è il Paese col tasso di crescita demografica più basso d’Europa e col più alto indice di sfruttamento del suolo d’Europa».
Una contraddizione evidente
«Molto evidente. Non ci ricordiamo, perché purtroppo siamo molto provinciali, che la crisi grande mondiale nella quale siamo immersi fino al collo è nata dalla bolla della speculazione immobiliare degli Stati Uniti, a causa di un eccesso di costruzioni e di un eccesso di prestiti legati alle costruzioni. In Italia stiamo ripetendo gli stessi errori, come se si potesse fare una cura omeopatica, gonfiando una bolla immobiliare nostrana per curare la bolla immobiliare degli Stati Uniti. Tutto questo ci sta portando alla rovina e mi sembra che siamo molto restii a capirlo».
Chi sono i responsabili del colossale abbaglio?
«Il nostro governo, ma anche la maggior parte della sinistra. Anche nel centrodestra ci sono persone che comprendono, ma la generalità del ceto politico non parlo di un partito in particolare è sorda al problema e non vuole capire».
La cementificazione della Liguria e il sacco delle coste, liguri e italiane,furono avviate negli anni Sessanta. Rapallizzare è diventato un termine in uso nel mondo.
«Un po’ di questo fenomeno credo sia da attribuire all’improvvisa ondata di benessere che ha investito l’Italia negli anni del boom. C’è stata incapacità di destinare gli investimenti a scopi maggiormente produttivi. Basta confrontare le cifre della crescita edilizia da un lato e della decrescita degli investimenti industriali e in ricerca.Se ne ricava il ritratto di un Paese ripiegato su se stesso. Come se l’Italia ragionasse in questi termini: l’unica ricchezza che si possiede è il suolo e quindi distruggiamolo. Non sappiamo fare altro. Per molto tempo gli italiani hanno saputo fare molto d’altro».
Non è il frutto malato della società di massa? Nel XIX secolo i turisti inglesi nel ponente ligure erano rispettosissimi del territorio, no?
«D’accordo, però si tratta di fenomeni mondiali ai quali si reagisce.La Germania ha approvato una legge che fissa un limite al consumo del suolo ».
Da governatore della Sardegna, Renato Soru aveva provato a contenere la proliferazione edilizia sull’isola.Gli elettori lo hanno rimandato a casa...
«Veramente a casa ce l’hanno mandato i politici, lo ha fregato il suo stesso partito. La verità è che nell’uso del territorio come merce di scambio elettorale la sinistra non è stata da meno della destra

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04/09/2010 Dal Festival della mente/Paesaggio, costituzione, cemento

mercoledì 1 settembre 2010

Ciclone Marson

Fonte: L'Espresso, 27/8/2010

Di: Mario Lancisi

"Troppo cemento". La neo assessora all'urbanistica della Toscana bacchetta i sindaci Pd. Che si ribellano. Ma il governatore Rossi la difende. E Settis plaude

L'ultimo scontro con i sindaci Pd della Toscana rossa è stato sui porti turistici. Troppo cemento, "troppe cittadelle in riva al mare", ha tuonato Anna Marson, 53 anni, neo assessore all'urbanistica della Regione Toscana, ai primi di agosto. Trevigiana, docente di pianificazione del territorio a Venezia ed ex assessore all'urbanistica della provincia veneta alla fine degli anni Novanta (esperienza sulla quale ha scritto il libro "Barba Zuchon Town. Una urbanista alle prese col nordest", edito da Franco Angeli), la Marson è l'assessore più discusso della nuova giunta toscana del governatore Enrico Rossi. Più discusso dal Pd.

Motivo? In quattro mesi, da quando è stata nominata assessore, la Marson, sposata con Alberto Magnaghi, anche lui urbanista fiorentino, uno di maggiori esponenti dei comitati contro i cosidetti ecomostri toscani, nati sull'onda delle denunce di Alberto Asor Rosa sul caso edilizio di Monticchiello, ha rivoltato come un calzino la politica del suo predecessore Riccardo Conti. Nel mirino sindaci e comuni rossi: "L'errore più grande commesso in questi anni? La troppa autonomia concessa ai comuni", è stato il suo esordio bellicoso.

Gli strappi della docente veneta, che dal 2000, da quando si è sposata con Magnaghi abita in un piccolo borgo di Montespertoli, a due passi da Firenze, sono stati numerosi. Dal no a nuovi insediamenti edilizi a quello della seconda pista dell'aeroporto di Firenze, voluta dal sindaco Matteo Renzi e dagli industriali locali. Dalle critiche agli insediamenti in Val di Cornia, da San Vincenzo a Piombino, al disco rosso al progetto dei Della Valle di una Cittadella viola di 84 ettari con nuovo stadio, alberghi e centri commerciali. Per arrivare ai porti turistici, l'ultimo scontro. "Basta con i porti per yacht che sono vere e proprie cittadelle con alberghi, ristoranti e centri commerciali. Vogliamo più approdi, ma con meno cemento e costi più bassi", ha spiegato la Marson in un'intervista al "Tirreno".

"Non siamo sindaci palazzinari", è stata la risposta irata di molti primi cittadini toscani. E Matteo Tortolini, responsabile Pd toscano per l'urbanistica, ha "scomunicato" il neo assessore indicato in quota Idv: "Basta con gli annunci della Marson, la lunghezza dei porti non la indica la politica".

Ma Rossi difende a spada tratta la Marson: "È una donna molto intelligente e preparata. Sul metodo si può discutere, ma nel merito sta portando avanti il programma della giunta nel segno della discontinuità con le precedenti amministrazioni".

E pensare che quando, nell'aprile scorso, Pancho Pardi, fiorentino, professore di Urbanistica e senatore dell'Idv, gli propose a sorpresa la candidatura della Marson, Rossi esclamò: "Ma chi è?". Nel giro di dieci minuti Pardi gli recapitò un lungo, inequivocabile curriculum della candidata. Giudizi favorevoli arrivarono anche da Davide Zoggia, dirigente del Pd toscano. Qualcuno, è vero, gli ricordò anche un articolo della Marson molto critico nei confronti della gestione urbanistica della Regione, ma il governatore tirò avanti per la sua strada. E oggi persino Salvatore Settis, rettore della Normale di Pisa e severo censore dello sviluppo paesaggistico e urbanistico toscano, riconosce che il nuovo corso impresso dalla Marson rappresenta "la più bella notizia degli ultimi dieci anni".