domenica 8 maggio 2011

Italia Nostra:”Sui Parchi Burlando usa metodi da cricca”

La presa di posizione di Giovanni Gabriele, consigliere nazionale di Italia Nostra, sul rinnovo dei Consiglieri del Parco di Montemarcello.
Inviata a  Marco Preve, e pubblicata su Trenette e Mattoni, storie di cemento in Liguria


LO STATUTO PIOVUTO DALL’ALTO

Mercoledì 30 aprile sarà votato, per essere approvato, il nuovo statuto del Parco di Montemarcello Magra.

Come consigliere uscente dell’Ente Parco e rappresentante delle associazioni ambientaliste che hanno concorso in modo determinante all’istituzione dei parchi regionali in Liguria, adoperandosi per la loro salvaguardia e funzionamento nel corso degli ultimissimi decenni, non posso concordare con la scelta operata dall’amministrazione Burlando. Approfittando della riduzione a 5 dei membri del consiglio direttivo di ciascun parco e interpretando in modo errato la disposizione finanziaria statale dell’estate 2010, si impone agli enti parco uno statuto-tipo che rischia di estromettere per sempre gli ambientalisti dai consigli direttivi dei parchi, ove spesso rappresentano l’unica voce a favore di scelte per la salvaguardia del territorio e dell’uso pertinente dei fondi assegnati alle aree protette.

Dei cinque componenti del nuovo consiglio direttivo, tre andrebbero ai comuni rappresentati nella comunità, uno alla regione, ed il quinto, pure designato da un numerosa ed eterogenea comunità del parco dovrebbe esprimere non meglio identificati “interessi generali”. Senza specifiche più stringenti rischiamo di avere parchi a gestione consortile tra comuni, con presidenti privi di alcun requisito professionale in materia.

La Regione non può imporre statuti tipo agli enti parco togliendo gli ambientalisti dai consigli direttivi senza chiarire chi sarà questo fantomatico “quinto componente” che deve rappresentare “interessi generali”. La Comunità del Parco non permetterà mai che una persona designata dalle associazioni di protezione ambientale entri nel Consiglio.

Ritengo che la procedura allestita dalla Regione Liguria sia illegittima e ci sono tutti gli elementi per sollevare la questione di costituzionalità della l.r. 16/2010 quando vengono imposti statuti tipo scritti dalla stessa Regione.

L’art. 1, comma sesto, della L.R. Liguria 16/2010, che sostituisce il comma primo dell’art. 13 della L.R. Liguria 22/2/1995 n.12, attribuisce impropriamente alla Giunta Regionale il compito di approvare uno “schema tipo” di Statuto per tutti gli enti parco, il quale definisca gli obiettivi di attività dell’ente, normi la sua organizzazione e determini le attribuzioni dei suoi organi nonché l’ordinamento degli uffici del parco regionale stesso.

Ciò appare in netto contrasto con quanto disposto dall’art. 24 della legge quadro statale sulle aree protette 6/12/1991 n. 394, che attribuisce a ciascun ente parco regionale, e non alla Regione, la potestà di approvare il proprio Statuto, inclusi i contenuti sopra menzionati.

Credo che si debba sostenere che lo Statuto-tipo approvato recentemente con delibera di giunta regionale non doveva essere un testo da scopiazzare pedissequamente (altrimenti non si capirebbe perché poi deve formalmente adottarlo il parco), ma una serie di “paletti” e di indicazioni generali i cui spazi “lasciati vuoti” potevano e dovevano essere riempiti dal singolo ente secondo le proprie specificità.

In conclusione, pur rispettando alcune disposizioni di carattere generale, il singolo parco avrebbe dovuto dettagliare meglio:

 i requisiti del presidente che devono restare quelli di competenza oggi fissati; diversamente il presidente potrà essere chiunque, senza alcun titolo amministrativo o di competenza sulla materia aree protette.

 Va inoltre chiarito chi e’ il soggetto che rappresenta gli interessi generali, proponendo che sia un esponente designato dalla maggior parte delle associazioni di protezione ambientale riconosciute dal ministero dell’ ambiente presenti in Liguria.

 La comunita’ del parco non può essere elefantiaca e pletorica con al suo interno boscaioli, cacciatori, artigiani e altri che poco c’entrano con l’ente parco.

 Infine nello statuto proposto spariscono i compiti del direttore.

Per quanto esposto ritengo quanto segue:

1. Cinque membri del Direttivo sono pochi. Era opportuno portarli almeno a sette, in nome di una rappresentività pluralistica.

2. Ridurre la componente tecnico-ambientalistica ad un poco probabile solo consigliere significa mortificare il carattere tecnico gestionale dell’Ente.

3. Il consiglio direttivo deve avere in sé competenze tecnico professionali e non rappresentanti degli interessi particolaristici e localistici.

4. La nomina del presidente da parte della Regione è un atto di prepotenza inacettabile, si nega di fatto il principio di vera democrazia che chi presiede venga eletto dai preseduti.

5. Ancora una volta la cricca politica, in questo caso il centrosinistra di Burlando, vuole mettere le sue mani dappertutto e su tutto, per imporre unilateralmente e senza un vero dibattito, le proprie mire e i propri intendimenti.

Per quanto sopra esprimerò voto contrario alla proposta di modifica allo statuto dell’Ente Parco di Montemarcello – Magra così come proposto o meglio imposto dal DGR n. 66 del 28.01.2011 e soprattutto dal suo presidente.

Giovanni Gabriele
Consigliere uscente del Parco di Montemarcello Magra
Consigliere Nazionale di Italia Nostra

sabato 9 aprile 2011

Waterfront, dibattito ma partendo da zero

Il Secolo XIX, 20 marzo 2011
Silvano D'Alto e Renato Raggi

Il tema della nuova Calata Paita sviluppa interessi che si vanno facendo via via più puntuali e oggetto di punti di vista incrociati sui quali è interessante e utile che si sviluppi la partecipazione dei cittadini. L’articolo dell’ex Sindaco Pagano apparso su questo quotidiano sollecita qualche ulteriore riflessione. Vorremmo che nel processo partecipativo futuro si individuassero come centrali i punti seguenti, ovviamente da sviluppare problematicamente con ilo concorso di tutti:

1. Assumere come valore comune, condiviso, che il nuovo progetto di Calata Paita debba essere un momento di vera, autentica, non strumentale, partecipazione. Una tale forma di partecipazione, tutta da costruire – al di fuori degli stereotipi del linguaggio e della prassi burocratica – ha un suo contenuto di verità, che la rende fertile di idee, stimolante di progetti, felice nei rapporti interpersonali che sviluppa. C’è nella partecipazione non strumentale, ma aperta e leale, un insostituibile valore di cultura: è la ricerca di una nuova città, la scoperta di un nuovo senso urbano, una impegnativa esperienza del fare insieme: insomma una nuova visione della città come apertura ad un più ampio senso del mondo, oggi, nelle circostanze di storia che ai cittadini della Spezia, nel contesto di una società sempre più globale e globalizzata, è dato di vivere.

2. Riconoscere che tra il progetto Llavador vincitore del concorso per il nuovo waterfront della Spezia e il progetto del Comune c’è un radicale salto di qualità. Il progetto Llavador proponeva una visione di apparente eloquenza formale del fronte a mare predisponendo in primo piano attrezzature e servizi con spazi di interesse comune, con l’enfasi formale di una nuova scala urbanistica. In secondo piano apparivano le sequenze di macrocondomini che sono stati promossi, nel progetto comunale, in primo piano: assorbendo nelle volumetrie della rendita immobiliare le attrezzature di uso comune e collettivo, declassandone il valore simbolico e sociale originario con una rielaborazione al ‘ribasso’ dei valori pubblici del progetto vincitore. Una deriva economicistica,. Il rendering del progetto comunale dimostra con evidenza assoluta tale processo.

3. Non si tratta perciò di sviluppare la partecipazione sulla base del progetto esistente. Non si tratta di adattare, ridurre le volumetrie, variare il mix di pubblico e privato. Occorre azzerare i volumi proposti, partire da una tabula rasa del progetto esistente perché solo così potranno prendere vigore i valori nuovi, originali, innovativi e creativi – valori nuovi di cultura e di società – prima ancora che nascano le forme del nuovo progetto. Trovare il senso della nuova Calata Paita come momento di grande slancio innovativo e creativo, fondativo di un pensiero alto e vero della città e del suo golfo, Questo è il compito della partecipazione se saprà attivare le energie vive, culturalmente e socialmente produttive che esistono nella città.

4. Fare di Calata Paita un bene comune significa pensarla e costruirla come una grande Piazza sul Mare, un nuovo cuore urbano, per esprimere un senso corale della città: come un cantiere dell’identità, della diversità, del divenire della città.

Piazza sul Mare come centralità del luogo: rispetto all’arco del golfo dei poeti, significa farne il referente esemplare per una concezione non mercificata del margine costiero del golfo: che è un bene comune nel suo insieme, il vero waterfront del golfo. Occorre dunque dilatare il senso del waterfront, includendo in primo luogo i futuri probabili spazi urbani dell’Arsenale.

Calata Paita, come ‘bene comune’, risorsa pubblica perché su suolo pubblico, non può essere proprietà di qualcuno, non può essere divisa in parti, ma è il bene che, essendo non riproducibile, non-rivale, non-escludibile, dovrà esprimere nella forma più convincente e leale il senso di appartenenza a tutta la comunità cittadina e al suo progetto di futuro: come l’acqua, l’aria, la fertilità della terra. Tutti devono riconoscersi in quel bene comune, come un momento urbano fertile di cultura e di energie di vita.

Un bene comune non rinuncia ad essere anche un bene economico. Ma la sostenibilità di un bene comune va oltre il valore economico: penetra negli spazi della conoscenza e della natura. Economia e cultura devono procede insieme, perché la cultura stessa può produrre ricchezza: con la sua incessante dinamica evolutiva. e con la sua costante interazione con l’economia. Gli eventi culturali, i luoghi della cultura oggi sono mete di viaggi turistici, sono praticati, danno prestigio. E questo sarà sempre più vero in futuro. Non si può perdere l’occasione di fare di Calata Paita il punto di partenza di un ‘altro’ sviluppo. Si può sciupare Calata Paita. Con condomini, alberghi terziario non qualificato si sciupa calata Paita, irreversibilmente. E si impoverisce la città. Una Calata Paita che sia in primo luogo un bene culturale è lo spazio con il quale la città, tutta la città, si affaccia sul mare e, da qui, sul mondo. Il mare inteso come luogo della comunicazione fra culture, fra storie diverse, fra memorie da ripercorrere: nella nuova esperienza dell’Europa e del Mediterraneo.

Abbiamo a La Spezia una associazione culturale che ha il Mediterraneo come referente simbolico di cultura, di storia, di memoria, di valori urbani. Perché non partire da un’idea di Calata Paita come il luogo nel quale si accolgono i linguaggi della storia mediterranea: il teatro, la musica, le arti visive, le installazioni interattive, i modi di vita -¬ storia memoria economia ¬- del mondo dal quale dipendono le nostre radici: tutto questo per capirci, per sapere chi siamo, dove andiamo nel mondo moderno globalizzato e carico di squilibri.

Si darebbe a La Spezia una centralità nuova rispetto al Mediterraneo e alla stessa Europa. Allargare i confini virtuali della città in una nuova visione del mondo. Anche da punto di vista economico sarebbe una ricchezza che si rigenera di anno in anno. Non l’economia del mattone, ma della cultura che genera ricchezza. La novità non sono i condomini e gli alberghi ma ciò che può nascere dalla immaginazione urbana. Nei waterfront europei, nelle aree dismesse dalle attività produttive della società industriale si è dato sempre un posto di privilegio alle iniziative culturali. Intorno al grande spazio “bene comune” della nuova Calata Paita è naturale che possano aprirsi attività di una vita conviviale che, come nelle nostre città di mercato, può diventare pulsante vita urbana.

Si dirà che questa è utopia. Ma senza utopia non si genera il futuro, che è frutto dell’impegno di tutti. Perciò anche questo nostro modesto sforzo analitico e ideativo, che riteniamo doveroso contributo alla città, sia soltanto uno stimolo per altre idee e per un dibattito nella Città: al quale le Associazioni culturali del nostro territorio, in primo luogo, devono sentirsi responsabili come propulsive di nuove, più dinamiche, costruttive, creative forme di partecipazione.

domenica 27 marzo 2011

"In Italia non si deve costruire più nulla, i costruttori devono trasformarsi in restauratori"

Da "Il Fatto quotidiano" del 10 marzo 2011


Nel primo appuntamento de "l'Italia che va" la storia di Daniel Kihlgren. Con la sua moto è arrivato a Santo Stefano di Sessanio, un paese disabitato in Abruzzo, e l'ha trasformato in un albergo diffuso. "In Italia non si deve costruire più nulla, i costruttori devono trasformarsi in restauratori"

“Due strade si separavano nel bosco/e io ho preso la meno battuta/e questo ha cambiato ogni cosa”, scrisse il poeta Robert Frost. A Daniele Kihlgren è successo davvero, ha trovato un bivio che somigliava tanto al destino e gli ha cambiato la vita. “Ero in Abruzzo, stavo facendo un giro in moto”. La strada che si arrampica sul Gran Sasso, tra prati dove puoi incontrare cavalli lasciati liberi al pascolo con l’erba che comincia lentamente a ritrovare il verde. Decine di bivi, ogni volta il dubbio, destra o sinistra. Finché la sua moto si lascia guidare dalla discesa fiancheggiata dal rosa dei mandorli in fiore e Daniele si trova lì: “Davanti a me ho visto quella torre, le case. Mi sono detto: questo sarà il mio borgo”.

Già, perché Daniele, un ragazzone che oggi ha 44 anni, ma l’entusiasmo che vorrebbero avere i ventenni, dentro di sé aveva un sogno: “Volevo trovare un paese, ancora intatto, e riuscire a riportarlo com’era. Le case, ma anche la vita. Senza un euro di contributi pubblici”.

E quel borgo aspettava proprio lui. Era Santo Stefano di Sessanio, un grumo di case arrampicate sulle pendici del Gran Sasso. Per capire come Daniele ha realizzato il suo sogno bisogna lasciarlo parlare, con quei suoi pensieri che ricordano gli studi di filosofia e l’accento lombardo che invece ti dà un’idea di sana concretezza. Poi ci sono le origini mezze svedesi, rigore e sincerità senza ombre. Ecco, Daniele è un idealista pragmatico. Soltanto una persona così poteva far rinascere un paese coinvolgendo gli abitanti. Ma soprattutto salvandone l’identità, parola che Daniele ripete spesso, come un mantra.

Un filosofo, persona normale

Ma perché ha scelto Santo Stefano di Sessanio? Kihlgren si guarda intorno, è già una risposta: non si vedono che prati, bianchi d’inverno quando la temperatura a 1.200 metri scende a meno venti, di un giallo ineguagliabile in primavera. Poi monti: il Gran Sasso, sulle spalle ne senti l’enorme massa. E la Maiella a segnare l’alba, il Sirente dove il sole tramonta. Intorno non c’è un abitato. Di notte è solo buio.
"Comprai un rudere, poi altri. Non costavano niente”, racconta. Basta vedere le vecchie fotografie di Santo Stefano per rendersene conto. Dopo gli anni ‘50 il Borgo aveva cominciato a spopolarsi, con le bestie non ci si campava più. Era una vita dura spostarle ogni stagione, dal Gran Sasso fino al Tavoliere delle Puglie.

“Negli anni Ottanta si è cominciato a pensare al turismo”, spiega Elisabetta Leone, il sindaco di queste 120 anime. Aggiunge: “Ma ci voleva un progetto. Finché è arrivato Daniele”. Sì, in paese lo chiamano per nome.

Kihlgren non ha grandi imprese alle spalle, è solo con gli abitanti del paese. Con loro si mette a ristrutturare le case che ha comprato. “Utilizziamo materiale del luogo, spesso di risulta. Niente cotto che fa chic, ma qui non c’entra. All’interno i mobili contadini risistemati”.

È lo stesso Daniele che spiega lo spirito del suo lavoro: “Non sono un architetto, ho studiato filosofia, ma sono soprattutto una persona normale”. Aggiunge: “Sarebbe straordinario riuscire a recuperare il patrimonio storico minore. In Italia ci sono 2.500 borghi abbandonati e oltre 15.000 compromessi. E noi li lasciamo andare, la storia per noi sono i grandi imperi, i monumenti solenni. Invece la vita dell’Italia è anche questa, di semplici paesi, luoghi poveri”.

Teorico, ma anche concreto: “Il recupero del patrimonio è anche un’occasione per l’economia. E alla fine la gente se ne accorge: arriva il lavoro e le case, se recuperate bene, valgono molto di più”. Con una sola condizione: “In luoghi come questi non si deve costruire più nulla. Cemento zero. In Italia continuiamo a costruire e ci sono milioni di case vuote. I costruttori devono trasformarsi in restauratori”.

Alla fine il progetto ha preso corpo: “È nato un albergo diffuso, con le stanze disseminate nelle case, così che gli ospiti potessero vivere in mezzo alla gente del paese e far rivivere il borgo”.

Camping, ristorante e cinque bambini

L’entusiasmo di Daniele è stato contagioso: lui possiede un sesto delle case di Santo Stefano, ma anche gli altri abitanti hanno cominciato a restaurare, con la stessa cura. E sono ritornati i negozi, i locali. Racconta Elisabetta Leone, il sindaco: “Abbiamo 120 abitanti, l’emorragia della popolazione si è fermata. Ma soprattutto molti di noi possono lavorare qui. La disoccupazione quasi non esiste”. Davide De Carolis è arrivato per aprire un camping. Francesca Pasquali e il suo compagno Vittorio De Felice hanno messo su il ristorante “Tra le braccia di Morfeo”. Raccontano: “Abbiamo clienti da tutto il mondo”. Tra i trentasei tavoli, vengono serviti agnello scottadito, formaggi di Castel del Monte, paccheri con la zucca. Ti capita di incontrare reali del Belgio tra i comuni visitatori. Insomma, Santo Stefano di Sessanio sta rinascendo davvero, anche se i bambini sono solo cinque, ma l’anno scorso è nata Giulia Cesare. Tutto così semplice? “Sì, si potrebbe replicare ovunque”, è convinto Kihlgren. E racconta: “Ho ricevuto 600 mail da paesi che vogliono affidarsi a noi. Ma non posso. Oggi stiamo lavorando in otto borghi e soprattutto ai Sassi di Matera. Vorrei diffondere gli alberghi diffusi, soprattutto nei borghi sconosciuti e meravigliosi della Calabria”.

Tutti d’accordo? “A volte abbiamo paura che il nostro paese diventi un borgo per vip. Che i vecchi abitanti vendano le loro case ai turisti”, sussurra qualcuno nel bar di piazza Mediceo. Kihlgren è sicuro che non sarà così: “Noi siamo l’opposto del Chiantishire. La ricetta è semplice: identità e cura. Bisogna mantenere le costruzioni e gli arredamenti, ma anche i cibi, insomma la cultura. E soprattutto le persone”.

Una cura contro il sisma

Già, la cura è il segreto che ha salvato Santo Stefano di Sessanio dallo spopolamento e, due anni fa, anche dal terremoto. Aprile 2009: il sisma devasta l’Abruzzo, decine di paesi vengono rasi al suolo. Santo Stefano no, le case restaurate con la massima cura subiscono danni minimi. Crolla solo l’antica torre medicea. Perché? “Più di dieci anni fa – racconta Camilla Inverardi, noto architetto dell’Aquila – c’era stato un intervento pubblico per realizzare un belvedere in cima alla torre. Il legno era stato sostituito con una soletta di cemento”.

Gli antichi costruivano meglio di noi? No, secondo Daniele: “La scienza strutturale è andata avanti, l’etica, però, è tornata indietro”.

domenica 6 marzo 2011

Inculcare...la protezione dell'ambiente

di Paolo Galazzo, Il Secolo XIX, 6/3/2011

Oggi stiamo assistendo ad un pericoloso e devastante attacco alla scuola pubblica e da qui nasce il bisogno di alcune riflessioni.
Io credo, come insegnante, che ci siano nella scuola in atto tre emergenze:
La Costituzione.
L’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri.
La difesa e la protezione dell’ambiente.

Nella scuola italiana non si inculcano ideologie, ma sicuramente si vuole inculcare prima di tutto una educazione alla cittadinanza che deve avere come obiettivo il senso della legalità e lo sviluppo dell’etica della responsabilità che si realizza quando gli allievi imparano a conoscere e a rispettare i valori della Costituzione Italiana.

Sul significato della Costituzione, sulla sua storia, sulla sua freschezza, sulla sua attualità e sacralità non ho nulla da aggiungere; c’è solo da rilevare che deve essere impugnata da noi insegnanti come il testo da cui si genera quella azione d’insegnamento-apprendimento che, sotto la spinta dei cambiamenti della globalizzazione, deve essere sempre aggiornata.

Nella scuola pubblica l’intervento d’accoglienza e d’integrazione degli alunni stranieri diventa di fatto applicazione di quei principi che appartengono al Dettato costituzionale e alla Dichiarazione Universale dei diritti umani. Credo quindi che l’approvazione del Protocollo d’Intesa tra gli Istituti scolastici della Val di magra, il Distretto Socio sanitario, la cooperativa di mediazione culturale “Mondo aperto” stipulato il 15 settembre 2010 rappresenti di fatto la capacità della scuola pubblica e non solo, di recepire i cambiamenti sociali ed economici e di diventare soggetto che progetta azioni che realizzano ciò che la Carta e La Dichiarazione universale dei diritti umani affermano.

Altrettanto importante penso sia inculcare nei giovani un atteggiamento più attento e responsabile nei confronti delle questioni ambientali.
L’ecologia dà un senso nuovo alla Geografia perchè questa materia comprende la fisica terrestre, la biosfera e gli insediamenti umani.
Aver diminuito il numero di ore questa materia nel ciclo della scuola media di primo e secondo grado è stato un errore clamoroso.
Credo che il sociologo Edgar Morin, considerato tra le figure più prestigiose della cultura contemporanea, nel suo test: “I sette saperi necessari all’educazione del futuro,” abbia colto molto bene il bisogno di una rivisitazione complessiva dei saperi. Nel capitolo l’identità e la coscienza terrestre sostiene che dobbiamo imparare a “esserci” sul pianeta. Imparare ad esserci significa : imparare a vivere, a condividere, a comunicare, a essere comunione…. in quanto umani del pianeta terra. Non dobbiamo essere solo di una cultura, ma anche essere terrestri. Dobbiamo impegnarci a non dominare ma a prenderci cura, migliorare, comprendere. Dobbiamo inscrivere in noi la coscienza ecologica ossia la coscienza di abitare con tutti gli esseri mortali, la stessa sfera vivente (biosfera).
Solo nella scuola pubblica si possono inculcare questi principi per formare la coscienza ecologica.

E solo con questa coscienza ecologica che si può cogliere la devastazione che ci circonda: del territorio, delle acque, dell’aria. Prendere coscienza per poi agire.

Paolo Galazzo
Movimento Stop al Consumo di Territorio. Gruppo della Spezia e Val di Magra

Il dissesto idrogeologico e l´agricoltura dimenticata

di Carlo Petrini, La Republica 04/03/2011

Possibile che quando si ragiona di gestione del territorio, di ambiente, di degrado, di paesaggio tutti evitano di nominarla? Ancora piogge e ancora disastri di ogni genere. Ancora giusti ragionamenti sul degrado del territorio, la cementificazione scriteriata, la mancanza di visioni lunghe, coerenti, condivise e progettuali.
Tanti i fattori considerati, tanti i livelli di responsabilità. Ma all´appello manca sempre la stessa parola e lo stesso tema: l´agricoltura. Come fanno? Quando si ragiona di gestione del territorio, di ambiente, di degrado, di paesaggio come diamine fanno tutti i nostri commentatori e politici a evitare di nominare l´agricoltura? E come potrà mai il cittadino cogliere il legame tra i suoi comportamenti individuali e le conseguenze in termini di beni comuni se il legame più evidente con la sua quotidianità (il cibo!) viene sistematicamente ignorato dalle analisi? Non solo siamo quello che mangiamo, ma siamo anche il modo in cui lo coltiviamo. Decenni di sventatezza nella gestione idrogeologica del suolo si sono accompagnati a decenni in cui l´agricoltura sana, ecologica, costruttiva della salute dei territori è stata sistematicamente relegata al fondo della lista delle priorità di chiunque, a cominciare dai ministri competenti. È di stamattina la notizia che l´attuale ministro dell´agricoltura non vede l´ora di andarsene da una poltrona che da sempre considera meno prestigiosa di quanto gli spetterebbe: la prospettiva di passare alla Cultura, quella con la maiuscola, lo alletta non poco. E già prima della nomina alla sua attuale posizione manifestava onestamente il suo disinteresse a fare il "ministro delle mozzarelle". Il versante accademico non consola di più: è di un paio di giorni fa un´intervista ad uno dei più noti e rispettati esperti di viticoltura ed enologia che liquida tutto il comparto dell´agricoltura biologica e biodinamica come "agricolture da presepe". Prestigio sociale da un lato, economia sonante dall´altro: l´atteggiamento di Giancarlo Galan da un lato e quello di molti accademici dall´altro ci danno la misura di come l´agricoltura più sana e lungimirante sia stata deprivata di ogni fascino, di ogni sostegno, di ogni politica adeguata, di ogni competenza e attenzione politica. Certo che le colline e le montagne franano. Chi le coltivava con saggezza e sapienza non è stato aiutato a restare dov´era, nessuno ha riconosciuto il suo ruolo, nessuno ha remunerato adeguatamente i suoi prodotti. Tutti gli hanno detto, con le parole o con i fatti, che l´unica cosa sensata da fare era correre verso la pianura, dove i guadagni erano più rapidi, facili e sicuri, e se non erano guadagni che arrivavano da un lavoro agricolo meglio ancora: un po´ di cemento e via, con un´anima nuova di zecca. Allora, non è tanto che "piove, governo ladro". È che piove dopo decenni di governi avidi di successi e consensi immediati, governi che non hanno costruito benessere, che non si sono fidati di chi avrebbe potuto consigliarli e aiutarli a costruire economie certo più lente, ma più giuste e più stabili di quelle attuali. E mentre queste economie franano noi siamo così lontani dal riconoscere il valore del lavoro agricolo che non sappiamo più nemmeno pronunciarne il nome

Politica e Territorio: Incapacità e sudditanza

di Roberto Lamma, Il Secolo XIX, 2/3/2011

Ho seguito con molta tristezza il dibattito innescato nelle ultime settimane dalla presa di posizione del Prof. Roberto Mazza, portavoce di “Stop al consumo di territorio”, in merito alla commistione fra uffici tecnici e Amministrazioni nella politica del territorio di alcuni Comuni della nostra Provincia.
In sintesi, Mazza ha detto una cosa che sta davanti agli occhi di tutti e cioè che molti uffici tecnici di Comuni della nostra Provincia non sono in grado di svolgere un’efficace politica di difesa del territorio rispetto ai progetti aggressivi dell’imprenditoria privata.
Questo implica un giudizio assai severo nei confronti della politica che non ha proprie autonome strategie e che non è stata capace, pur governando da decenni, praticamente senza opposizione, per lo meno all’interno delle Istituzioni, di creare le condizioni per la nascita e l’affermazione di un “management” pubblico di alto profilo professionale e culturale, forte per competenza tecnica ed autonomia.
Ci si sarebbero aspettati plauso e sostegno per le posizioni del Prof. Mazza che, invece, si è visto bersagliare da critiche tanto insulse quanto apodittiche, tutte sul clichè: “siamo molto bravi e ce lo diciamo da soli” oppure su quell’altro, un “evergreen” della peggiore politica: “se sa qualcosa, vada alla Procura della Repubblica”.
Il problema, in realtà, non è prevalentemente giudiziario, anche se non di rado lo è stato, lo è e, se si continua su questa strada, lo sarà; le questioni vere sono, da un lato, la commistione inestricabile tra amministratori e funzionari, tra politici e struttura tecnica degli Enti, dall’altro, la totale assenza di una progettualità alta, autonoma per scelte ed indirizzi, di tutela dei beni pubblici, ambientali, paesaggistici, culturali ed architettonici, che sono la vera ricchezza della nostra provincia.
Da tempo ho abbandonato la politica nella quale, peraltro, ho sempre svolto un ruolo marginale, forse perché incapace di rapportarmi con gli amministratori pubblici che ci hanno governato in questi anni, campioni di coraggio, competenza ed autonomia.
Mi limito quindi ad offrire al dibattito un piccolo contributo personale di chiarezza.
Se i sepolcri imbiancati che oggi si stracciano le vesti e promuovono ridicoli attacchi a Mazza hanno l’onestà intellettuale di accettare la sfida, sono disponibile ad elencare, in una sede pubblica, in prosa o in forma poetica, magari in rima, tutti i casi di tecnici che sono anche dirigenti politici e amministratori pubblici e di amministratori pubblici che sono anche tecnici del territorio, con contorno di mogli, mariti, compagni, amici e parenti.

Il territorio abbandonato

di Giovanni Valentini
La Repubblica, 3/3/2011

NON PIOVEVA così da quarant'anni, secondo le imperturbabili statistiche della meteorologia nazionale, nelle Marche flagellate dal maltempo. E di fronte alla tempesta di acqua, neve e vento che imperversa da un capo all'altro dello Stivale, è forte la tentazione di ricorrere ancora una volta al cinismo di un vecchio proverbio popolare, per dire che da quarant'anni non avevamo un governo tanto incline all'appropriazione indebita e al consumo del territorio.
Ma in realtà questa è solo l'ultima puntata, in ordine di tempo, di una storia infinita che purtroppo dura da sempre e ormai ha trasformato la nostra beneamata penisola nel Malpaese più sinistrato e vulnerabile d'Europa. Auguriamoci che, prima o poi, arrivi a un epilogo ragionevole.

Non c'è disastro o calamità naturale infatti che possano essere relegati nella dimensione biblica della fatalità, senza chiamare in causa le responsabilità o quantomeno le corresponsabilità dell'uomo, l'uomo di governo e l'uomo della strada, il potente e il cittadino comune. Vittime, feriti e dispersi; frane, smottamenti e alluvioni; danni e rovine non sono altro che il triste risultato del combinato disposto tra la furia degli elementi e l'inerzia o l'incuria degli esseri umani. Tutto è, fuorché emergenza: cioè eventualità imprevista e imprevedibile, caso fortuito, accidente della storia.
Non sorprende perciò più di tanto neppure la notizia che in Indonesia la ricostruzione post-terremoto sia proceduta più rapidamente che all'Aquila. Nonostante la retorica dei trionfalismi governativi, qualcuno avrebbe potuto meravigliarsi semmai del contrario.
C'è sempre la mano dell'uomo, il suo intervento, la sua assenza o comunque la sua complicità, nel dissesto del territorio che aggrava gli effetti e le conseguenze dei fenomeni naturali. Vale a dire il consumo eccessivo del suolo, l'alterazione diffusa dell'assetto idro-geologico, la cementificazione selvaggia delle coste, l'abusivismo e quant'altro. Quando le colline o le montagne franano a valle, molto spesso il fenomeno dipende dal disboscamento incontrollato che taglia gli alberi e distrugge la "rete" sotterranea delle radici. Quando i fiumi esondano, allagando le campagne e mietendo vittime, la causa più frequente è la deviazione degli alvei originari o la trasformazione artificiale degli argini. E così via, di scempio in scempio.
Manca una politica organica del territorio, difetta la prevenzione, si dispensano di tanto in tanto sanatorie o condoni: e allora sì, il governo è veramente "ladro", perché sottrae alla collettività e alle generazioni future un patrimonio irriproducibile. Ma manca perfino l'ordinaria manutenzione, quella che tocca innanzitutto allo Stato, agli organismi centrali e alle amministrazioni locali. E spetta però anche al privato cittadino: all'agricoltore, al proprietario, all'inquilino o al singolo condomino, a ciascuno di noi insomma nel proprio habitat vitale, per promuovere quella che Salvatore Settis chiama "azione popolare" nel libro intitolato Paesaggio, Costituzione, Cemento, invocando una battaglia per l'ambiente contro il degrado civile.
Politica del territorio significa, innanzitutto, governo e gestione del territorio. Cura, controllo, progettazione, pianificazione. Ma, ancor prima, significa cultura del territorio: cioè conoscenza e rispetto. Consapevolezza di un bene comune, di un'appartenenza e di un'identità. E quindi, difesa della natura, dell'ambiente, del paesaggio.
Un fango materiale e un fango virtuale minacciano oggi di sommergere l'Italia. Il fango prodotto dal maltempo, dall'acqua e dalla terra. E il fango prodotto dal malcostume dilagante, dall'affarismo e dall'edonismo sfrenato. Vanno fermati entrambi, in ragione della responsabilità e della solidarietà.
La convivenza di una comunità nazionale si fonda necessariamente sull'etica civile. Questa riguarda l'ambiente in senso stretto e l'ambiente in senso lato, la società e la politica. Non c'è legge elettorale, consenso popolare o federalismo municipale che possa surrogare o sostituire un tale valore costitutivo. È proprio attraverso la devastazione del territorio che rischia di passare fatalmente la disgregazione del Paese.