domenica 18 dicembre 2011

Alberghi e centri commerciali col pretesto del porto turistico ecco il nuovo sacco delle coste

di Antonio Fraschilla, La repubblica 16/11/2011

Parzialissimo elenco (forse solo l’inizio) di un catalogo di affari che sviluppano la distruzione dell’ex Belpaese.


Le ruspe di colossi delle costruzioni e dell´impiantistica, magnati del petrolio e imprenditori locali hanno acceso i motori per prendersi le rive del Belpaese - La parola magica che dà il via libera a nuovo cemento entro i 150 metri dalla battigia è waterfront, declinata in sigle come "rifacimento del litorale" - A Pozzuoli si gioca la partita edilizia più importante del Mezzogiorno, a Ostia in programma beauty farm e ristoranti, a Palermo approvata l´ennesima struttura

Nella Liguria devastata dall´alluvione c´è chi è pronto a mettere altro cemento su una costa che non regge più all´urto dell´acqua che scende dai monti. In Sicilia invece il cemento si vuole depositare direttamente davanti al mare, nel cuore di un sito Unesco. Ecco le mani sulle coste d´Italia. Le ruspe di colossi delle costruzioni e dell´impiantistica, di magnati del petrolio o di imprenditori sconosciuti, hanno già acceso i motori. Vogliono prendersi le rive del Belpaese, che in teoria - cioè secondo la legge - sono inedificabili. Per metterci palazzoni, alberghi, ristoranti e centri commerciali. La parola magica che consente di aggirare il divieto assoluto di costruire entro i 150 metri dalla battigia è "waterfront", declinata in sigle del tipo «rifacimento della costa» o «nuovo porto turistico». Da Santa Margherita Ligure a Siracusa, passando per Marina di Massa, Cecina, Fiumicino, Napoli, Brindisi o Lipari, ecco i grandi affari in riva al mare. In campo imprese e società pronte a gettarsi a capofitto su un business che solo di opere edilizie vale al momento 1,5 miliardi di euro, che si moltiplicano a dismisura se si aggiungono gli affari commerciali collaterali una volta ultimate le costruzioni. Per cercare di arginare quelle che gli ambientalisti definiscono «le mille Val di Susa in riva al mare» si battono giornalmente associazioni come Italia Nostra, Wwf e Legambiente, e sparuti comitati di cittadini spesso lasciati soli dalla politica locale a fronteggiare poteri forti, anzi fortissimi, visto che in tempi record riescono a farsi approvare varianti urbanistiche su misura come non accadeva nemmeno nella Palermo o nella Napoli del sacco edilizio. Ma quali sono i progetti in via di approvazione o già in fase di realizzazione? Chi c´è dietro le società private interessate a questo grande business?


Hotel dietro al porto

Il viaggio nei waterfront d´Italia parte dalla Liguria, da Santa Margherita. Qui la società Santa Benessere, guidata da Gianantonio Bandera, imprenditore ligure noto per il rifacimento del teatro Alcione e per il progetto del contestato porticciolo a Punta Vagno, ha presentato al Comune un progetto da 70 milioni di euro e la richiesta di concessione demaniale dell´area portuale per i prossimi 90 anni. Cosa vuole realizzare? Un centro di talassoterapia da 30 mila presenze annue e l´allungamento del molo e della diga foranea per chiudere il golfo e consentire anche a megayacht di 50 metri di poter attraccare a Santa Margherita. Dal Fai ad archistar come Renzo Piano, in tanti contestano il piano della Santa Benessere, che dietro di sé ha soci e finanziatori più o meno occulti. L´azionista di maggioranza della società che ha presentato il progetto è un trust inglese, la Rochester holding, che a sua volta ha tra i finanziatori Gabriele Volpi, magnate diventato miliardario con il petrolio nigeriano e che oggi guida un gruppo da 1,4 miliardi di fatturato con proprietà che vanno dalla logistica petrolifera alla pallanuoto e al calcio: è proprietario della Pro Recco e dello Spezia. I soldi insomma ci sono. Lui, Volpi, prende le distanze dicendo di non sapere nulla di questo progetto e di avere investito «soltanto nel trust inglese». In realtà nel cda della Santa Benessere siedono Bandera e Andrea Corradino, entrambi soci dello Spezia calcio. Entro lo scorso novembre il Comune ligure aveva dato tempo per presentare osservazioni al piano.

Pochi chilometri più a Sud di Santa Margherita altre ruspe e altri costruttori si stanno muovendo per realizzare alberghi sul mare laddove sulla carta non si potrebbe piazzare nemmeno un palo della luce. Tra Marina di Carrara e Marina di Massa il gruppo di Francesco Caltagirone Bellavista vuole costruire un porto turistico da 800 posti. Peccato però che tra le strutture a supporto metta anche «40 appartamenti, uno yacht club e un residence a tre piani». «E perfino una torre di otto piani e una piazza da 6000 metri quadrati», dice Antonio Delle Mura, presidente di Italia Nostra Toscana. Le amministrazioni comunali guardano con molto interesse all´iniziativa, in ballo ci sono investimenti per 250 milioni di euro e lavoro per molti concittadini. «Nessuno pensa alle conseguenze ambientali e all´impatto devastante per quest´area, con il rischio di erosione della spiaggia e occultamento della vista a mare: tutti sembrano essersi dimenticati, inoltre, che il progetto presentato ricalca una iniziativa del 2001 presentata dall´Autorità portuale e bocciata allora dal ministero dell´Ambiente», aggiunge Delle Mura.

Italia Nostra in Toscana insieme al Wwf è impegnata però anche su un altro fronte, quello di Cecina. In campo c´è una cordata d´imprenditori locali raccolta nel Club nautico che vuole rivoltare come un calzino il vecchio porticciolo, allargandone la capienza a mille posti barca. Fin qui nulla di strano. Se non fosse che accanto al porto si vorrebbe realizzare un parcheggio da 2000 posti auto, 400 box attrezzati, 40 esercizi commerciali, un hotel a 4 stelle, un centro benessere e 80 appartamenti. E, ciliegina sulla torta, un padiglione esposizioni per la nautica e un mercatino del pesce, con ristorante ed eliporto. «Cosa c´entra tutto questo con un porto turistico?», si chiede la professoressa Roberta De Monticelli, che ha denunciato quanto sta accadendo a Cecina alla Commissione Europea: «Spostare una foce e realizzare un pennello a mare che cambierà le correnti, il tutto in una riserva dello Stato, insomma è davvero incredibile», aggiunge la De Monticelli. Ma quali sono i meccanismi per aggirare il divieto di costruire sulla costa? In base a quali leggi si può andare oltre i piani regolatori vigenti?

Bonifiche di facciata

È certamente a una manciata di chilometri da Napoli che si sta giocando una delle partite edilizie più importanti del Mezzogiorno. E precisamente a Pozzuoli nell´ex area industriale Sofer-Ansaldo, oggi di proprietà della Waterfront flegreo: società, questa, del gruppo dell´ingegnere Livio Cosenza, settantenne, grande elettore del sindaco di Pozzuoli Agostino Magliulo, padre dell´onorevole Giulia e di Francesco, 35 anni, amministratore delegato della Watefront. Nel board della società in questione siede inoltre Carlo Bianco, consigliere d´amministrazione della Pirelli Re. La partita inizia quando il Comune nel 2007 affida all´architetto Peter Eisenman un piano di riqualificazione dell´area. Il piano viene consegnato all´amministrazione, che a sua volta firma subito un protocollo d´intesa con la Waterfront. Cosa prevede il mega progetto di Eisenman? Semplice, la realizzazione di un polo turistico alberghiero con annesso centro commerciale, un polo per la nautica da diporto con tanto di accademia della vela e un terzo polo definito genericamente «polifunzionale». La Waterfront affida subito la progettazione esecutiva a uno studio locale, nel quale lavora tra gli altri la figlia del sindaco di Pozzuoli. Il Cipe, nel frattempo, stanzia 40 milioni di euro per la bretella che collegherà l´area all´autostrada. Le ruspe sono pronte, visto che le carte ci sono tutte e sono in regola. In arrivo 600 milioni di euro d´investimenti, con tanto di anticipo già approvato da Intesa Sanpaolo.

Per il professore d´economia dell´Università di Napoli Ugo Marani si tratta «di un bel progetto che sarà trasformato in scempio» e per questo «va fermato». L´opposizione di Pozzuoli, dal Pd a Rifondazione protesta, ma al momento l´iter burocratico è già concluso e c´è poco da fare. Altri affari sono in corso nelle grandi città. Sul litorale romano, a esempio, il sindaco Gianni Alemanno ha in mente progetti in grande stile: attraverso l´Eur spa punta a stravolgere il waterfront di Ostia, costruendo beauty farm, alberghi, centri commerciali, ristoranti e perfino una scuola di surf, il tutto con la scusa di raddoppiare il porto attuale. A Palermo, invece, il consiglio comunale ha appena approvato il nuovo piano regolatore del porto, che prevede la realizzazione di un ennesimo porticciolo turistico nella zona di Sant´Erasmo, a due passi dal centro storico della città e nonostante vi siano già altri tre porti turistici in funzione sul lungomare palermitano. Nel capoluogo siciliano gli ambientalisti da anni contestano la riqualificazione di Sant´Erasmo, che sarà affidata a una società privata che gestirà il porticciolo per i prossimi trent´anni.

Piattaforme nel sito Unesco

Le ruspe e le betoniere sono invece già in azione nel cuore di un luogo protetto dall´Unesco: Ortigia, centro storico di Siracusa che si affaccia sul bellissimo golfo aretuseo intriso di storia e leggende greche. Qui il gruppo Acqua Pia Marcia del costruttore Francesco Caltagirone Bellavista ha iniziato i lavori d´interramento per il nuovo porto turistico che sarà chiamato Marina di Archimede. Il progetto da 80 milioni di euro, presentato nel 2007 da una società locale, approvato dal Comune a tempo di record e acquistato in corsa dal gruppo Caltagirone, prevede lavori su un´area di 147 mila metri quadrati, 50 mila dei quali in riva al mare: saranno realizzati 507 posti barca, ma anche «uffici, negozi ristorante, caffetteria, centro benessere e un albergo», dice il deputato regionale del Pd, Roberto De Benedictis. Ma al Comune è arrivata una seconda richiesta, questa volta da parte di una società d´imprenditori locali, la Spero srl, che vuole realizzare un altro porto a fianco di quello di Caltagirone. La Spero vuole investire 100 milioni di euro per costruire un molo da 430 posti barca e sul mare una piattaforma - grande quanto sette campi di calcio - da rendere edificabile per mettere in piedi alberghi, centri commerciali, uffici pubblici, ristoranti, tabaccherie e anche una libreria, per dare un tocco di cultura a un´operazione che, come sostiene il deputato Pd Bruno Marziano, «realizzerebbe il sogno di qualsiasi costruttore: cementificare il mare». Il Comune ha già approvato il progetto e l´ha inviato alla Regione per l´autorizzazione integrata ambientale. «Ci si chiede però come sia possibile costruire alberghi in riva al mare o sul mare, in un sito protetto dall´Unesco. Sarebbe una follia», dice ancora De Benedictis. Intanto Legambiente annuncia battaglia: «Difenderemo Ortigia da queste speculazioni», giura il presidente regionale Domenico Fontana. Ma tutti questi nuovi posti barca sono davvero necessari? Non c´è un altro modo per aumentare l´offerta?

Riqualificare i porti abbandonati

Santa Margherita, Massa Carrara, Napoli, Siracusa, sono soltanto la punta di un iceberg fatto di speculazioni sulle coste in nome dell´esigenza di nuovi posti barca che servono per attrarre turisti ma anche per costruire in zone inedificabili. Italia Nostra ha in corso una ventina di battaglie per bloccare la costruzione di nuovi porti, come quelli di Cecina, San Vincenzo e Talamone in Toscana, o Fiumicino, Anzio e Civitavecchia nel Lazio e, ancora, risalendo, quelli di Sarzana e Ventimiglia in Liguria. Soltanto in Sicilia sono già stati varati, o stanno per essere approvati, progetti di costruzione di ben 12 porti, da Menfi a Licata, da Marsala a Capo d´Orlando e Lipari, benedetti da 24 milioni di euro dell´Unione europea. Soldi pubblici per porti che saranno gestiti da privati scelti spesso senza alcuna procedura di evidenza pubblica. «Il territorio costiero è evidentemente sotto attacco», dice la presidente di Italia Nostra, Alessandra Mottola Molfino. Secondo Sebastiano Venneri, presidente nazionale di Legambiente, si tratta di puri e semplici affari perché basterebbe riqualificare i vecchi porti per ottenere migliaia di nuovi posti barca senza ulteriori cementificazioni: «Abbiamo appena completato uno studio che mette nero su bianco come sia possibile ottenere ben 39.100 nuovi posti barca semplicemente riqualificando i porti abbandonati - dice Venneri - circa 13 mila posti sono attivabili immediatamente con piccolissime opere di restauro, 9 mila posti in tempi brevi e altri 15.800 con lavori che non vanno oltre i 24 mesi». Ma in questo caso il business sarebbe molto meno appetibile. Almeno per i signori del cemento.

Serve un Keynes per salvare il Belpaese

di Salvatore Settis, La Repubblica, 15/12/2011

Tre temi sui quali misurare la volontà del governo Monti di abbandonare l’ideologia e la prassi dello “sviluppo” devastante.

Ambiente, paesaggio e beni culturali in tempo di crisi: a governo tecnico, qualche appunto tecnico.

Primo: ancora più fragile dell´economia italiana è il suolo della Penisola. Sono state censite almeno mezzo milione di frane, che interessano poco meno del 10% del nostro territorio. Non si tratta solo di morfologia naturale: il degrado è velocizzato dall´abbandono delle coltivazioni e da incendi boschivi spesso dolosi. Ma anche dalla cementificazione (infrastrutture e insediamenti abitativi) che sigillando i suoli accresce la probabilità di frane e alluvioni e ne rende più gravi gli effetti, dall´incuria per il regime delle acque, che riduce le risorse idriche e genera disastrose esondazioni. Queste traumatiche alterazioni del suolo comportano enormi danni (almeno 5 miliardi di euro negli ultimi sette anni, secondo l´Ispra) e continue perdite di vite umane. Molto vulnerabili anche le nostre coste, quasi 5.000 chilometri già in continua erosione e a rischio allagamento per almeno il 24% (dati Ispra), eppure ancora devastate dalla proliferazione di porti turistici, a celebrare i fasti di una prosperità che non c´è più. Eppure, mentre il degrado del territorio avanza con ritmo spietato, sentiamo ripetere la favola di uno "sviluppo" economico basato sul moltiplicarsi di autostrade e ferrovie (anche se inutili) e sul rilancio dell´edilizia (mediante condoni, sanatorie, "piani casa"). Ma se così fosse, perché questo tipo di sviluppo ha prodotto la crisi profonda che attraversiamo? Dopo la frana di Giampilieri presso Messina, che nell´ottobre 2009 uccise quaranta italiani, Bertolaso ne attribuì la colpa all´abusivismo edilizio, ma si affrettò a dichiarare che per consolidare quel tratto di costa mancano le risorse, «due o tre milardi di euro». Due giorni dopo, il ministro Prestigiacomo dichiarò che «il ponte sullo Stretto non è alternativo alla protezione dell´ambiente», e il ministro Matteoli disse che i lavori per il ponte devono continuare. Questa è l´idea dello "sviluppo sostenibile" che ci è stata fino a ieri propinata: non un centesimo per consolidare le coste dello Stretto, "uno sfasciume pendulo sul mare" secondo la celebre definizione di Giustino Fortunato, sì invece a una pioggia di miliardi per costruire su quelle frane un´opera faraonica (la definizione è del presidente Napolitano). Questo governo avrà la forza di mettere in discussione le favolette che ci sono state ammannite? Vorrà studiare caso per caso, con esperti terzi e non legati alle banche e alle imprese appaltatrici, la sostenibilità reale della Tav in Val di Susa e altrove? O vorrà allinearsi all´elegante dichiarazione dell´ad di Trenitalia, Moretti, secondo cui a sollevare dubbi contro la TAV sarebbero solo «quattro fessi»?

Secondo: il paesaggio italiano è fra i più devastati d´Europa. A fronte di un incremento demografico nullo, abbiamo il più alto consumo di suolo d´Europa. Incentivi, sanatorie e condoni hanno seminato per il Paese migliaia di capannoni "industriali" dove non si produce nulla e nulla viene immagazzinato (ma che "producono" vantaggi fiscali per chi li fa). Almeno due milioni sono gli appartamenti invenduti (centomila solo a Roma e dintorni), eppure si continua a costruire. Città preziose come Bologna vedono svuotarsi il centro storico, mentre si favoleggia di grattacieli, imitando gli sceicchi del Golfo Persico in una provinciale corsa a una "modernità" già stantia. La retorica delle energie rinnovabili aggrava la situazione: l´Italia è il Paese europeo con più incentivi a chi installa eolico e pannelli solari, mentre non spende quasi niente in ricerca per massimizzarne gli effetti e ridurne l´impatto. Se davvero credessimo nelle rinnovabili, dovremmo fare esattamente il contrario. Perché non dare, invece, incentivi a chi riusa edifici abbandonati, anziché costruirne di nuovi? O a chi salva o incrementa l´uso agricolo dei suoli? Cura del suolo e riuso degli edifici abbandonati potrebbero innescare un processo virtuoso, assorbendo manodopera di un´edilizia comunque in crisi e allo sbando.

Terzo: da quando il governo Berlusconi tagliò quasi un miliardo e mezzo al già languente bilancio del ministero dei Beni culturali (luglio 2008), le strutture pubbliche della tutela hanno visto un vertiginoso ridursi di funzionalità e capacità d´intervento. Mentre cala ogni giorno il numero degli addetti, per pensionamenti e assenza di turnover, e la loro età media si avvicina ormai ai 60 anni, aumentano sulla carta i loro compiti. Soprintendenti-superman devono reggere due, tre, quattro uffici spostandosi da una città all´altra, e intanto mancano i soldi per telefono, benzina, luce elettrica. Per rimediare, qualcuno ha una soluzione pronta: chiudere le Soprintendenze, accorpando gli ultimi superstiti in uffici regionali senza competenze, senza bilancio, senza poteri. Piccola osservazione tecnica: la tutela del paesaggio e del patrimonio artistico della Nazione, imposta dall´art. 9 della Costituzione, non si può fare se non c´è chi tutela. E nessuno al mondo ha mai inventato un sistema migliore delle Soprintendenze territoriali italiane, gloriosa istituzione che ha un secolo e deve essere rinnovata e migliorata, ma non messa in soffitta.

Il governo Monti ha raccolto altissime competenze, a cominciare da quelle del presidente del Consiglio e del ministro dello Sviluppo Passera. Da un governo come questo abbiamo il diritto di aspettarci un´analisi fredda e professionale dei dati, e la capacità laica di dirsi, e di dirci, la verità. È un dato positivo della "manovra" di questi giorni l´assenza della voce "dismissioni del patrimonio pubblico", una fonte d´introiti assai amata da Tremonti. Ed è da augurarsi che il patrimonio culturale e il paesaggio, protetti dalla Costituzione, non vengano mai più messi in vendita. È deludente, invece, che manchi un tentativo minimamente adeguato di combattere l´evasione fiscale: 120 miliardi l´anno di tasse non pagate sono una enorme risorsa economica non sfruttata, anzi generalmente rimossa dalla pubblica attenzione, con sfumature non poi tanto grandi fra centrodestra e centrosinistra. Attingervi potrebbe risparmiarci qualche lacrima sui sacrifici che ci attendono. Sarebbe essenziale per rispondere al sempre attuale invito di Keynes: sconfiggere "l´incubo del contabile", e cioè il pregiudizio secondo cui nulla si può fare, se non comporta frutti economici immediati. «Invece di utilizzare l´immenso incremento delle risorse materiali e tecniche per costruire la città delle meraviglie - scrive Keynes - stiamo creando ghetti e bassifondi; e si ritiene che sia giusto così perché "fruttano", mentre – nell´imbecille linguaggio economicistico - la città delle meraviglie potrebbe "ipotecare il futuro"». Questa «regola autodistruttiva di calcolo finanziario governa ogni aspetto della vita. Distruggiamo le campagne perché le bellezze naturali non hanno valore economico. Saremmo capaci di fermare il sole e le stelle perché non ci danno alcun dividendo» (è ancora Keynes che parla). Il paesaggio, l´ambiente, il patrimonio culturale sono come il sole e le stelle: illuminano e condizionano la nostra vita, corpo e anima. Perciò hanno un ruolo così alto nella Costituzione, dove incarnano l´idea che ne è il cuore: il bene comune e l´utilità sociale, sovraordinati al profitto privato. Paesaggio, ambiente, patrimonio richiedono sapienza tecnica per essere tutelati: ma richiedono anche un´idea d´Italia, un´idea declinata al futuro.

venerdì 9 dicembre 2011

L’alluvione che ha spazzato il sogno del paradiso

di  Marco Preve, Blog Trenette e Mattoni

A chi in queste ore, di fronte al tracollo fisico di una delle zone più celebrate al mondo per le sue qualità ambientali, pratica la filosofia del “se non ora quando”, intesa come approfondimento, dibattito ed eventuale denuncia delle possibili cause della disastrosa alluvione, si oppone un’altrettanto agguerrita linea di pensiero: ora onoriamo le vittime, rimbocchiamoci le maniche per ricostruire e dopo sarà il tempo delle polemiche.

Come se la riflessione impedisse l’attività di soccorso e di ricostruzione. E’ una forma di ipocrisia che offende per primi donne e uomini uccisi dal fango. Ed è, a ben vedere, la stessa ipocrisia che in questi anni, dietro l’immagine da cartolina, dietro la griffe del turismo eco compatibile, dietro l’incessante sbarco di vacanzieri americani, colti e disposti a spendere, ha nascosto quel dissolvimento sociale delle Cinque Terre che è all’origine anche dello sfaldamento dei suoi terrazzamenti, della impietosa ribellione dei suoi antichi rivi. E della sua disgregazione sociale, come evidenziano molti osservatori.

Si può dire che l’alluvione che ha spazzato il sogno del paradiso è iniziata un anno fa, quando l’inchiesta giudiziaria sui vertici dell’Ente Parco ha portato a galla un sistema clientelare che, più che alla conservazione dell’ambiente, pensava a quella del potere e, per ottenerlo, era disposto anche a piegare le rigide norme paesistiche ed urbanistiche. E buona parte della popolazione, certo non tutta, questo sistema lo ha condiviso, qualcuno in maniera consapevole, i più per inerzia.

Perché, come ha ben spiegato lo scrittore Maurizio Maggiani, la maggior parte degli abitanti della Cinque Terre da anni aveva fatto una scelta chiara: vivere non più di agricoltura ma di camere affittate. Non è un giudizio ma un dato di fatto. Che comporta una conseguenza: se non si vive più della terra, quella stessa terra non la si cura più come si faceva prima. Ma anche chi amministra e gestisce il territorio sembrava ormai proiettato solo ad espandere quanto più possibile il “contenitore Cinque Terre”. In perfetta contraddizione con lo sviluppo di quel turismo compatibile e rispettoso che rappresentava il progetto iniziale. E così ecco spuntare enormi autosilos, la prima piscina delle Cinque Terre - quella dell’hotel Porto Roca, progettata da un ex Soprintendente e autorizzata perché «di pubblico interesse» -, il progetto di un residence, pure quello con piscina vicino a Corniglia, e ancora una proposta per 30 villette di nuovo a Monterosso. O ancora quell’idea dell’ex presidente Franco Bonanini di costruire una funivia a Riomaggiore per portare in cima al monte Bramapane più turisti possibile.

Come spiega bene Claudio Frigerio, ambientalista: «Qui alle Cinque Terre la speculazione si è solo affacciata e non ha fatto breccia, ma solo perché è arrivata la magistratura a fermarla. E' una mentalità che si era diffusa tra gli abitanti e gli amministratori e alla fine nessuno pensava più alla manutenzione minima dei torrenti - dice Frigerio -. I rivi sono sempre passati in mezzo alle case, prima aperti e poi tombinati, ma un tempo si puliva all'ingresso della copertura per evitare che scoppiassero. Poi si è smesso di farlo e questo è il risultato. Il metodo Bonanini ha arricchito molti ma ha impoverito il territorio».

Ma sarebbe ingiusto parlare di un “metodo” praticato solo dall’ex presidente del Parco. Perché la ancora più impattanti sono state altre scelte compiute nello spezzino. Basti dire che alla foce di quel Magra la cui piena ha devastato e distrutto costringendo all’evacuazione centinaia di persone, c’è in ballo il mega progetto per il porto turistico di Marinella per mille posti barca e migliaia di metri cubi di nuove volumetrie. Oppure nella piana di Brugnato, il paese in cui ha piovuto di più durante il nubifragio e dove il Vara ha esondato, è prossima la posa della prima pietra (rinviata per la devastazione) del contestato outlet intitolato, guarda caso, ShopInn Brugnato Cinque Terre: con un matrimonio tra commercio di massa e turismo culturale che farebbe rizzare i capelli anche ai più accaniti sostenitori delle unioni geneticamente impossibili.

C’è infine un’altra questione che in queste ore merita di essere accennata. Il cronico disinteresse al dibattito - che non fosse di pura accademia - su queste tematiche da parte degli ordini professionali si trasforma nei momenti della tragedia in un fiorire di dichiarazioni. Cito da un’agenzia le parole di Leopoldo Freyrie presidente nazionale degli architetti: «La manutenzione del territorio deve diventare la più grande e indispensabile infrastruttura del Paese per poter abbandonare per sempre la logica dell’emergenza. Se si fosse operato così, non ci troveremmo oggi di fronte alla nuova immane tragedia che ha colpito l’Italia». Qualcuno potrebbe gentilmente chiedere a Freyrie chi ha progettato interventi assai discutibili proprio da punto di vista dello sfruttamento del territorio? Chi li ha magnificati con rendering coloratissimi illustrandoli con al suo fianco costruttori, sindaci e assessori? Ecco, avessimo una volta una reprimenda ex ante da parte di un presidente degli architetti, sarebbe già un bel passo avanti sul fronte della cura del territorio.

Perché, come dice il presidente regionale ligure della Coldiretti Germando Gadina: «In Liguria l’avidità, nel senso più ampio del termine, si è mostrata, negli ultimi 50 anni, nel continuo furto di terreno agricolo utilizzato per edificare, cementificare, appiattire, livellare, apportare modifiche permanenti al bene “paesaggio” con l’erronea convinzione che i processi costruttivi potessero essere la chiave dell’economia ma in realtà con una sola certezza: sui terreni dove si è costruito, l’attività agricola non si farà mai più».

giovedì 8 dicembre 2011

Cemento, sei mesi di stop in Liguria. Stop all'Outlet di Brugnato

La Regione ha adottato la variante urbanistica che riguarda soprattutto i comuni dello Spezzino

di AVA ZUNINO, La Repubblica, 7 dicembre 2011

Il progetto dell'Outlet di Brugnato

Fermi tutti: da oggi si bloccano per sei mesi le nuove edificazioni in tutte le aree che sono state inondate nelle alluvioni delle scorse settimane. E' una delle misure previste dalla variante urbanistica di salvaguardia adottata dalla giunta regionale e che riguarda in modo pressoché esclusivo i comuni dello Spezzino. "L'alluvione a Genova non ha modificato i confini delle aree di rischio previste dai piani di bacino", ripete ancora il presidente della Regione Claudio Burlando. Come dire che in queste aree genovesi non possono esserci edificazioni previste o in corso e se ci sono sono in contrasto con il piano di bacino esistente.
Nella delibera varata ieri sera dalla giunta all'unanimità, c'è dunque la moratoria per il cemento ed è calibrata in maniera diversa a seconda che si tratti di cantieri aperti o progetti già autorizzati, come è il caso dell'outlet di Brugnato, oppure progetti il cui iter autorizzativo non è ancora concluso. Quest'ultimo potrebbe essere il caso degli edifici e della darsena di Marinella. Tutto passa ad un nuovo esame dell'Autorità di Bacino. Dunque, non sarà la Regione ad approfondire l'accaduto ma l'autorità preposta ad occuparsi del regime delle acque.
La delibera stabilisce che se i progetti non sono ancora cantierabili, ma è ancora in corso l'esame e le procedure autorizzative non sono concluse, lo stop durerà sei mesi: in questo periodo l'autorità di bacino analizzerà le carte e deciderà se le previsioni progettuali sono da approvare o se, alla luce di quanto accaduto nell'alluvione, devono essere modificate o bocciate. La stessa Autorità, se fosse necessario, avrà altri sei mesi di tempo per approfondire questa istruttoria. In sostanza, per i progetti in itinere lo stop potrebbe arrivare ad un anno.
Si fermano ma con tempi più brevi, anche i progetti che sono già cantieri o che sono stati autorizzati, ed è il caso dell'outlet di Brugnato, che aveva provocato scontri tra gli stessi assessori della giunta regionale.
In questi casi, i progetti saranno inviati nuovamente all'Autorità di Bacino, che avrà 45 giorni di tempo a partire dal 15 dicembre, per pronunciarsi di nuovo alla luce dell'accaduto. Anche in questo caso, potrà trattarsi di un ripensamento totale, trasformando in una bocciatura la vecchia autorizzazione, un ripensamento parziale (che richiede modifiche progettuali) o un nuovo benestare. In tutti i casi queste istruttorie saranno chiuse alla fine di gennaio.
Burlando spiega ancora che lo spirito del provvedimento è adeguare gli strumenti di tutela: "da questo evento alluvionale sono emerse mappe di rischio diverse da quelle conosciute finora. Lo spirito è fare una riflessione per vedere se ciò che avevamo pensato finora è ancora giusto o se va rafforzato".
La delibera comprende le mappe delle zone allagate nelle due alluvioni di fine ottobre nello spezzino e del 4 novembre a Genova, e con una serie di prescrizioni di protezione civile, stabilisce cosa si deve fare e cosa non è possibile fare per i prossimi sei mesi. E' una sorta di regime speciale che durerà fino al prossimo mese di giugno e che riguarda un'area più vasta di quella già individuata come "a rischio" dai piani di bacino esistenti. Le mappe allegate alla delibera in sostanza individuano una nuova perimetrazione del rischio perché di fatto fotografano un cambiamento delle classificazioni dei piani di bacino in vigore.