domenica 27 marzo 2011

"In Italia non si deve costruire più nulla, i costruttori devono trasformarsi in restauratori"

Da "Il Fatto quotidiano" del 10 marzo 2011


Nel primo appuntamento de "l'Italia che va" la storia di Daniel Kihlgren. Con la sua moto è arrivato a Santo Stefano di Sessanio, un paese disabitato in Abruzzo, e l'ha trasformato in un albergo diffuso. "In Italia non si deve costruire più nulla, i costruttori devono trasformarsi in restauratori"

“Due strade si separavano nel bosco/e io ho preso la meno battuta/e questo ha cambiato ogni cosa”, scrisse il poeta Robert Frost. A Daniele Kihlgren è successo davvero, ha trovato un bivio che somigliava tanto al destino e gli ha cambiato la vita. “Ero in Abruzzo, stavo facendo un giro in moto”. La strada che si arrampica sul Gran Sasso, tra prati dove puoi incontrare cavalli lasciati liberi al pascolo con l’erba che comincia lentamente a ritrovare il verde. Decine di bivi, ogni volta il dubbio, destra o sinistra. Finché la sua moto si lascia guidare dalla discesa fiancheggiata dal rosa dei mandorli in fiore e Daniele si trova lì: “Davanti a me ho visto quella torre, le case. Mi sono detto: questo sarà il mio borgo”.

Già, perché Daniele, un ragazzone che oggi ha 44 anni, ma l’entusiasmo che vorrebbero avere i ventenni, dentro di sé aveva un sogno: “Volevo trovare un paese, ancora intatto, e riuscire a riportarlo com’era. Le case, ma anche la vita. Senza un euro di contributi pubblici”.

E quel borgo aspettava proprio lui. Era Santo Stefano di Sessanio, un grumo di case arrampicate sulle pendici del Gran Sasso. Per capire come Daniele ha realizzato il suo sogno bisogna lasciarlo parlare, con quei suoi pensieri che ricordano gli studi di filosofia e l’accento lombardo che invece ti dà un’idea di sana concretezza. Poi ci sono le origini mezze svedesi, rigore e sincerità senza ombre. Ecco, Daniele è un idealista pragmatico. Soltanto una persona così poteva far rinascere un paese coinvolgendo gli abitanti. Ma soprattutto salvandone l’identità, parola che Daniele ripete spesso, come un mantra.

Un filosofo, persona normale

Ma perché ha scelto Santo Stefano di Sessanio? Kihlgren si guarda intorno, è già una risposta: non si vedono che prati, bianchi d’inverno quando la temperatura a 1.200 metri scende a meno venti, di un giallo ineguagliabile in primavera. Poi monti: il Gran Sasso, sulle spalle ne senti l’enorme massa. E la Maiella a segnare l’alba, il Sirente dove il sole tramonta. Intorno non c’è un abitato. Di notte è solo buio.
"Comprai un rudere, poi altri. Non costavano niente”, racconta. Basta vedere le vecchie fotografie di Santo Stefano per rendersene conto. Dopo gli anni ‘50 il Borgo aveva cominciato a spopolarsi, con le bestie non ci si campava più. Era una vita dura spostarle ogni stagione, dal Gran Sasso fino al Tavoliere delle Puglie.

“Negli anni Ottanta si è cominciato a pensare al turismo”, spiega Elisabetta Leone, il sindaco di queste 120 anime. Aggiunge: “Ma ci voleva un progetto. Finché è arrivato Daniele”. Sì, in paese lo chiamano per nome.

Kihlgren non ha grandi imprese alle spalle, è solo con gli abitanti del paese. Con loro si mette a ristrutturare le case che ha comprato. “Utilizziamo materiale del luogo, spesso di risulta. Niente cotto che fa chic, ma qui non c’entra. All’interno i mobili contadini risistemati”.

È lo stesso Daniele che spiega lo spirito del suo lavoro: “Non sono un architetto, ho studiato filosofia, ma sono soprattutto una persona normale”. Aggiunge: “Sarebbe straordinario riuscire a recuperare il patrimonio storico minore. In Italia ci sono 2.500 borghi abbandonati e oltre 15.000 compromessi. E noi li lasciamo andare, la storia per noi sono i grandi imperi, i monumenti solenni. Invece la vita dell’Italia è anche questa, di semplici paesi, luoghi poveri”.

Teorico, ma anche concreto: “Il recupero del patrimonio è anche un’occasione per l’economia. E alla fine la gente se ne accorge: arriva il lavoro e le case, se recuperate bene, valgono molto di più”. Con una sola condizione: “In luoghi come questi non si deve costruire più nulla. Cemento zero. In Italia continuiamo a costruire e ci sono milioni di case vuote. I costruttori devono trasformarsi in restauratori”.

Alla fine il progetto ha preso corpo: “È nato un albergo diffuso, con le stanze disseminate nelle case, così che gli ospiti potessero vivere in mezzo alla gente del paese e far rivivere il borgo”.

Camping, ristorante e cinque bambini

L’entusiasmo di Daniele è stato contagioso: lui possiede un sesto delle case di Santo Stefano, ma anche gli altri abitanti hanno cominciato a restaurare, con la stessa cura. E sono ritornati i negozi, i locali. Racconta Elisabetta Leone, il sindaco: “Abbiamo 120 abitanti, l’emorragia della popolazione si è fermata. Ma soprattutto molti di noi possono lavorare qui. La disoccupazione quasi non esiste”. Davide De Carolis è arrivato per aprire un camping. Francesca Pasquali e il suo compagno Vittorio De Felice hanno messo su il ristorante “Tra le braccia di Morfeo”. Raccontano: “Abbiamo clienti da tutto il mondo”. Tra i trentasei tavoli, vengono serviti agnello scottadito, formaggi di Castel del Monte, paccheri con la zucca. Ti capita di incontrare reali del Belgio tra i comuni visitatori. Insomma, Santo Stefano di Sessanio sta rinascendo davvero, anche se i bambini sono solo cinque, ma l’anno scorso è nata Giulia Cesare. Tutto così semplice? “Sì, si potrebbe replicare ovunque”, è convinto Kihlgren. E racconta: “Ho ricevuto 600 mail da paesi che vogliono affidarsi a noi. Ma non posso. Oggi stiamo lavorando in otto borghi e soprattutto ai Sassi di Matera. Vorrei diffondere gli alberghi diffusi, soprattutto nei borghi sconosciuti e meravigliosi della Calabria”.

Tutti d’accordo? “A volte abbiamo paura che il nostro paese diventi un borgo per vip. Che i vecchi abitanti vendano le loro case ai turisti”, sussurra qualcuno nel bar di piazza Mediceo. Kihlgren è sicuro che non sarà così: “Noi siamo l’opposto del Chiantishire. La ricetta è semplice: identità e cura. Bisogna mantenere le costruzioni e gli arredamenti, ma anche i cibi, insomma la cultura. E soprattutto le persone”.

Una cura contro il sisma

Già, la cura è il segreto che ha salvato Santo Stefano di Sessanio dallo spopolamento e, due anni fa, anche dal terremoto. Aprile 2009: il sisma devasta l’Abruzzo, decine di paesi vengono rasi al suolo. Santo Stefano no, le case restaurate con la massima cura subiscono danni minimi. Crolla solo l’antica torre medicea. Perché? “Più di dieci anni fa – racconta Camilla Inverardi, noto architetto dell’Aquila – c’era stato un intervento pubblico per realizzare un belvedere in cima alla torre. Il legno era stato sostituito con una soletta di cemento”.

Gli antichi costruivano meglio di noi? No, secondo Daniele: “La scienza strutturale è andata avanti, l’etica, però, è tornata indietro”.

domenica 6 marzo 2011

Inculcare...la protezione dell'ambiente

di Paolo Galazzo, Il Secolo XIX, 6/3/2011

Oggi stiamo assistendo ad un pericoloso e devastante attacco alla scuola pubblica e da qui nasce il bisogno di alcune riflessioni.
Io credo, come insegnante, che ci siano nella scuola in atto tre emergenze:
La Costituzione.
L’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri.
La difesa e la protezione dell’ambiente.

Nella scuola italiana non si inculcano ideologie, ma sicuramente si vuole inculcare prima di tutto una educazione alla cittadinanza che deve avere come obiettivo il senso della legalità e lo sviluppo dell’etica della responsabilità che si realizza quando gli allievi imparano a conoscere e a rispettare i valori della Costituzione Italiana.

Sul significato della Costituzione, sulla sua storia, sulla sua freschezza, sulla sua attualità e sacralità non ho nulla da aggiungere; c’è solo da rilevare che deve essere impugnata da noi insegnanti come il testo da cui si genera quella azione d’insegnamento-apprendimento che, sotto la spinta dei cambiamenti della globalizzazione, deve essere sempre aggiornata.

Nella scuola pubblica l’intervento d’accoglienza e d’integrazione degli alunni stranieri diventa di fatto applicazione di quei principi che appartengono al Dettato costituzionale e alla Dichiarazione Universale dei diritti umani. Credo quindi che l’approvazione del Protocollo d’Intesa tra gli Istituti scolastici della Val di magra, il Distretto Socio sanitario, la cooperativa di mediazione culturale “Mondo aperto” stipulato il 15 settembre 2010 rappresenti di fatto la capacità della scuola pubblica e non solo, di recepire i cambiamenti sociali ed economici e di diventare soggetto che progetta azioni che realizzano ciò che la Carta e La Dichiarazione universale dei diritti umani affermano.

Altrettanto importante penso sia inculcare nei giovani un atteggiamento più attento e responsabile nei confronti delle questioni ambientali.
L’ecologia dà un senso nuovo alla Geografia perchè questa materia comprende la fisica terrestre, la biosfera e gli insediamenti umani.
Aver diminuito il numero di ore questa materia nel ciclo della scuola media di primo e secondo grado è stato un errore clamoroso.
Credo che il sociologo Edgar Morin, considerato tra le figure più prestigiose della cultura contemporanea, nel suo test: “I sette saperi necessari all’educazione del futuro,” abbia colto molto bene il bisogno di una rivisitazione complessiva dei saperi. Nel capitolo l’identità e la coscienza terrestre sostiene che dobbiamo imparare a “esserci” sul pianeta. Imparare ad esserci significa : imparare a vivere, a condividere, a comunicare, a essere comunione…. in quanto umani del pianeta terra. Non dobbiamo essere solo di una cultura, ma anche essere terrestri. Dobbiamo impegnarci a non dominare ma a prenderci cura, migliorare, comprendere. Dobbiamo inscrivere in noi la coscienza ecologica ossia la coscienza di abitare con tutti gli esseri mortali, la stessa sfera vivente (biosfera).
Solo nella scuola pubblica si possono inculcare questi principi per formare la coscienza ecologica.

E solo con questa coscienza ecologica che si può cogliere la devastazione che ci circonda: del territorio, delle acque, dell’aria. Prendere coscienza per poi agire.

Paolo Galazzo
Movimento Stop al Consumo di Territorio. Gruppo della Spezia e Val di Magra

Il dissesto idrogeologico e l´agricoltura dimenticata

di Carlo Petrini, La Republica 04/03/2011

Possibile che quando si ragiona di gestione del territorio, di ambiente, di degrado, di paesaggio tutti evitano di nominarla? Ancora piogge e ancora disastri di ogni genere. Ancora giusti ragionamenti sul degrado del territorio, la cementificazione scriteriata, la mancanza di visioni lunghe, coerenti, condivise e progettuali.
Tanti i fattori considerati, tanti i livelli di responsabilità. Ma all´appello manca sempre la stessa parola e lo stesso tema: l´agricoltura. Come fanno? Quando si ragiona di gestione del territorio, di ambiente, di degrado, di paesaggio come diamine fanno tutti i nostri commentatori e politici a evitare di nominare l´agricoltura? E come potrà mai il cittadino cogliere il legame tra i suoi comportamenti individuali e le conseguenze in termini di beni comuni se il legame più evidente con la sua quotidianità (il cibo!) viene sistematicamente ignorato dalle analisi? Non solo siamo quello che mangiamo, ma siamo anche il modo in cui lo coltiviamo. Decenni di sventatezza nella gestione idrogeologica del suolo si sono accompagnati a decenni in cui l´agricoltura sana, ecologica, costruttiva della salute dei territori è stata sistematicamente relegata al fondo della lista delle priorità di chiunque, a cominciare dai ministri competenti. È di stamattina la notizia che l´attuale ministro dell´agricoltura non vede l´ora di andarsene da una poltrona che da sempre considera meno prestigiosa di quanto gli spetterebbe: la prospettiva di passare alla Cultura, quella con la maiuscola, lo alletta non poco. E già prima della nomina alla sua attuale posizione manifestava onestamente il suo disinteresse a fare il "ministro delle mozzarelle". Il versante accademico non consola di più: è di un paio di giorni fa un´intervista ad uno dei più noti e rispettati esperti di viticoltura ed enologia che liquida tutto il comparto dell´agricoltura biologica e biodinamica come "agricolture da presepe". Prestigio sociale da un lato, economia sonante dall´altro: l´atteggiamento di Giancarlo Galan da un lato e quello di molti accademici dall´altro ci danno la misura di come l´agricoltura più sana e lungimirante sia stata deprivata di ogni fascino, di ogni sostegno, di ogni politica adeguata, di ogni competenza e attenzione politica. Certo che le colline e le montagne franano. Chi le coltivava con saggezza e sapienza non è stato aiutato a restare dov´era, nessuno ha riconosciuto il suo ruolo, nessuno ha remunerato adeguatamente i suoi prodotti. Tutti gli hanno detto, con le parole o con i fatti, che l´unica cosa sensata da fare era correre verso la pianura, dove i guadagni erano più rapidi, facili e sicuri, e se non erano guadagni che arrivavano da un lavoro agricolo meglio ancora: un po´ di cemento e via, con un´anima nuova di zecca. Allora, non è tanto che "piove, governo ladro". È che piove dopo decenni di governi avidi di successi e consensi immediati, governi che non hanno costruito benessere, che non si sono fidati di chi avrebbe potuto consigliarli e aiutarli a costruire economie certo più lente, ma più giuste e più stabili di quelle attuali. E mentre queste economie franano noi siamo così lontani dal riconoscere il valore del lavoro agricolo che non sappiamo più nemmeno pronunciarne il nome

Politica e Territorio: Incapacità e sudditanza

di Roberto Lamma, Il Secolo XIX, 2/3/2011

Ho seguito con molta tristezza il dibattito innescato nelle ultime settimane dalla presa di posizione del Prof. Roberto Mazza, portavoce di “Stop al consumo di territorio”, in merito alla commistione fra uffici tecnici e Amministrazioni nella politica del territorio di alcuni Comuni della nostra Provincia.
In sintesi, Mazza ha detto una cosa che sta davanti agli occhi di tutti e cioè che molti uffici tecnici di Comuni della nostra Provincia non sono in grado di svolgere un’efficace politica di difesa del territorio rispetto ai progetti aggressivi dell’imprenditoria privata.
Questo implica un giudizio assai severo nei confronti della politica che non ha proprie autonome strategie e che non è stata capace, pur governando da decenni, praticamente senza opposizione, per lo meno all’interno delle Istituzioni, di creare le condizioni per la nascita e l’affermazione di un “management” pubblico di alto profilo professionale e culturale, forte per competenza tecnica ed autonomia.
Ci si sarebbero aspettati plauso e sostegno per le posizioni del Prof. Mazza che, invece, si è visto bersagliare da critiche tanto insulse quanto apodittiche, tutte sul clichè: “siamo molto bravi e ce lo diciamo da soli” oppure su quell’altro, un “evergreen” della peggiore politica: “se sa qualcosa, vada alla Procura della Repubblica”.
Il problema, in realtà, non è prevalentemente giudiziario, anche se non di rado lo è stato, lo è e, se si continua su questa strada, lo sarà; le questioni vere sono, da un lato, la commistione inestricabile tra amministratori e funzionari, tra politici e struttura tecnica degli Enti, dall’altro, la totale assenza di una progettualità alta, autonoma per scelte ed indirizzi, di tutela dei beni pubblici, ambientali, paesaggistici, culturali ed architettonici, che sono la vera ricchezza della nostra provincia.
Da tempo ho abbandonato la politica nella quale, peraltro, ho sempre svolto un ruolo marginale, forse perché incapace di rapportarmi con gli amministratori pubblici che ci hanno governato in questi anni, campioni di coraggio, competenza ed autonomia.
Mi limito quindi ad offrire al dibattito un piccolo contributo personale di chiarezza.
Se i sepolcri imbiancati che oggi si stracciano le vesti e promuovono ridicoli attacchi a Mazza hanno l’onestà intellettuale di accettare la sfida, sono disponibile ad elencare, in una sede pubblica, in prosa o in forma poetica, magari in rima, tutti i casi di tecnici che sono anche dirigenti politici e amministratori pubblici e di amministratori pubblici che sono anche tecnici del territorio, con contorno di mogli, mariti, compagni, amici e parenti.

Il territorio abbandonato

di Giovanni Valentini
La Repubblica, 3/3/2011

NON PIOVEVA così da quarant'anni, secondo le imperturbabili statistiche della meteorologia nazionale, nelle Marche flagellate dal maltempo. E di fronte alla tempesta di acqua, neve e vento che imperversa da un capo all'altro dello Stivale, è forte la tentazione di ricorrere ancora una volta al cinismo di un vecchio proverbio popolare, per dire che da quarant'anni non avevamo un governo tanto incline all'appropriazione indebita e al consumo del territorio.
Ma in realtà questa è solo l'ultima puntata, in ordine di tempo, di una storia infinita che purtroppo dura da sempre e ormai ha trasformato la nostra beneamata penisola nel Malpaese più sinistrato e vulnerabile d'Europa. Auguriamoci che, prima o poi, arrivi a un epilogo ragionevole.

Non c'è disastro o calamità naturale infatti che possano essere relegati nella dimensione biblica della fatalità, senza chiamare in causa le responsabilità o quantomeno le corresponsabilità dell'uomo, l'uomo di governo e l'uomo della strada, il potente e il cittadino comune. Vittime, feriti e dispersi; frane, smottamenti e alluvioni; danni e rovine non sono altro che il triste risultato del combinato disposto tra la furia degli elementi e l'inerzia o l'incuria degli esseri umani. Tutto è, fuorché emergenza: cioè eventualità imprevista e imprevedibile, caso fortuito, accidente della storia.
Non sorprende perciò più di tanto neppure la notizia che in Indonesia la ricostruzione post-terremoto sia proceduta più rapidamente che all'Aquila. Nonostante la retorica dei trionfalismi governativi, qualcuno avrebbe potuto meravigliarsi semmai del contrario.
C'è sempre la mano dell'uomo, il suo intervento, la sua assenza o comunque la sua complicità, nel dissesto del territorio che aggrava gli effetti e le conseguenze dei fenomeni naturali. Vale a dire il consumo eccessivo del suolo, l'alterazione diffusa dell'assetto idro-geologico, la cementificazione selvaggia delle coste, l'abusivismo e quant'altro. Quando le colline o le montagne franano a valle, molto spesso il fenomeno dipende dal disboscamento incontrollato che taglia gli alberi e distrugge la "rete" sotterranea delle radici. Quando i fiumi esondano, allagando le campagne e mietendo vittime, la causa più frequente è la deviazione degli alvei originari o la trasformazione artificiale degli argini. E così via, di scempio in scempio.
Manca una politica organica del territorio, difetta la prevenzione, si dispensano di tanto in tanto sanatorie o condoni: e allora sì, il governo è veramente "ladro", perché sottrae alla collettività e alle generazioni future un patrimonio irriproducibile. Ma manca perfino l'ordinaria manutenzione, quella che tocca innanzitutto allo Stato, agli organismi centrali e alle amministrazioni locali. E spetta però anche al privato cittadino: all'agricoltore, al proprietario, all'inquilino o al singolo condomino, a ciascuno di noi insomma nel proprio habitat vitale, per promuovere quella che Salvatore Settis chiama "azione popolare" nel libro intitolato Paesaggio, Costituzione, Cemento, invocando una battaglia per l'ambiente contro il degrado civile.
Politica del territorio significa, innanzitutto, governo e gestione del territorio. Cura, controllo, progettazione, pianificazione. Ma, ancor prima, significa cultura del territorio: cioè conoscenza e rispetto. Consapevolezza di un bene comune, di un'appartenenza e di un'identità. E quindi, difesa della natura, dell'ambiente, del paesaggio.
Un fango materiale e un fango virtuale minacciano oggi di sommergere l'Italia. Il fango prodotto dal maltempo, dall'acqua e dalla terra. E il fango prodotto dal malcostume dilagante, dall'affarismo e dall'edonismo sfrenato. Vanno fermati entrambi, in ragione della responsabilità e della solidarietà.
La convivenza di una comunità nazionale si fonda necessariamente sull'etica civile. Questa riguarda l'ambiente in senso stretto e l'ambiente in senso lato, la società e la politica. Non c'è legge elettorale, consenso popolare o federalismo municipale che possa surrogare o sostituire un tale valore costitutivo. È proprio attraverso la devastazione del territorio che rischia di passare fatalmente la disgregazione del Paese.

via Tavolara stretta fra fabbriche e mattoni

I ragazzi parlano del territorio dopo aver visto il Film Il suolo minacciato di Nicola da’Olio e incontrato gli aderenti del Movimento Stop al Consumo di Territorio.


Articolo redatto dai ragazzi della 3B della scuola Dante Alighieri di Castelnuovo Magra. La Nazione 17/2/2011

Da un recente incontro con le responsabili del Movimento Stop al Consumo di Territorio della nostra provincia, abbiamo appreso che sono in progetto di costruzione capannoni in via Tavolara. Nella stessa zona, tuttavia, sono presenti vecchi capannoni e vecchie segherie abbandonate. Allora, perchè non utilizzare questi anzichè ricostruire il tutto su zone agricole?
Gli ideatori del progetto pensano che dipingere di verde i nuovi capannoni, copiare le caratteristiche delle aree agricole, mettere il ghiaino al posto della strada per farvi crescere l’erba potrebbero essere soluzioni valide per evitare un degrado territoriale.
Secondo il nostro punto di vista, queste precauzioni non sarebbero efficaci per la salvaguardia della biodiversità.
Riprendendo in mano le vecchie segherie abbandonate o i capannoni si potrebbe evitare di andare a costruire in zone agricole. Tanto più che tale progetto consisterebbe anche nell’ampliamento di strade e nella costruzione di un parcheggio.
Distruggendo zone agricole toglieremmo il lavoro a tanti contadini che per la maggior parte sono persone anziane. Non c’è possibilità per loro di riuscire a lavorare nelle industrie dato che si tratta di lavori pesanti e specializzati. D'altro canto, questo permetterebbe ai giovani di trovare più lavoro, ma non si risolverebbe comunque il problema della disoccupazione.
Per fortuna questo progetto non ha ancora spiccato il volo perché ci sono pochi acquirenti disposti a comprare i capannoni una volta finiti.
Quindi, cosa dobbiamo fare per salvare via Tavolara? Aspettare che il progetto fallisca o renderci conto che l'agricoltura e la biodiversità sono risorse importanti per la nostra nazione e quindi reagire?

SOS Campagna: basta costruire, grazie

I ragazzi parlano del territorio dopo aver visto il Film Il suolo minacciato di Nicola da’Olio e incontrato gli aderenti del Movimento Stop al Consumo di Territorio.


Articolo redatto dai ragazzi della 3B della scuola Dante Alighieri di Castelnuovo Magra. La Nazione 17/2/2011

La maggior parte dei ragazzi della nostra scuola vive in campagna, tutti sotto il comune di Castelnuovo Magra.
Ad esempio, nel giro di due anni in zona Colombiera hanno costruito 1 condominio, 4 appartamenti e 4 case. La nostra campagna, dunque, sta scomparendo e lascia il posto a una distesa di cemento che sembra non finire mai. I vasti campi agricoli muoiono o meglio li stiamo lasciando morire senza opporci a quello che sta accadendo.
I giovani, future vittime di quello che sembra essere un nemico invincibile, ne sono spesso anche i testimoni.
La maggior parte dei ragazzi intervistati nella nostra scuola è cosciente del pericolo che corre il suolo e sostiene che la causa principale di tale danneggiamento sono tutte quelle case e costruzioni tralasciate e abbandonate al tempo, tutti gli edifici non curati che alla lunga cadono a pezzi, che potrebbero anzi essere recuperati.
Il paesaggio cambia e quella grande macchia verde che un tempo potevamo osservare dalla piazza del paese ha cambiato tristemente colore.
E i comuni? Il nostro comune cosa può e cosa deve fare?
Il pensiero dei ragazzi è che i soldi vengono investiti in un modo non corretto, sprecandoli per costruire edifici superflui anziché investirli in campi e campagne o rimettere in sesto strade e edifici.
Troppi nostri compagni risultano ancora eccessivamente ottimisti: il nostro compito è informarli perché il tempo passa inesorabilmente e l'abuso edilizio non smette di crescere.
Il domani sarà forse una distesa di cemento? Se sì, cosa possiamo fare affinché questo non succeda?
Idee e provvedimenti devono essere messi in atto subito per risparmiare i nostri campi e c'è bisogno di tutti: quindi, mettiamoci al lavoro!

In tutta Italia il territorio sta diventando sempre più grigio e meno verde

I ragazzi parlano del territorio dopo aver visto il Film Il suolo minacciato di Nicola da’Olio e incontrato gli aderenti del Movimento Stop al Consumo di Territorio.


Articolo redatto dai ragazzi della 3B della scuola Dante Alighieri di Castelnuovo Magra. La Nazione 17/2/2011

Qual è uno dei più grandi problemi del nostro pianeta in questi ultimi anni? L’utilizzo sbagliato del terreno.
Dato che abbiamo avuto la possibilità di visionare un video riguardo alla situazione nella provincia di Parma, prenderemo ad esempio proprio quell'area. Da ciò che abbiamo potuto vedere si nota la presenza di grandi edifici, capannoni inutilizzati e molte volte anche incompleti. Questi edifici vengono costruiti a scapito di vaste zone coltivabili e portano via moltissime risorse del territorio. Una cosa strana è che questi edifici non vengono costruiti al posto di altri inutili che potrebbero essere abbattuti, bensì in zone ancora utili per l’agricoltura.
Questa situazione porta vari svantaggi alla zona di Parma, ma anche a tutto il resto del Paese.
Uno di questi svantaggi è la perdita di terreni coltivabili, comportando così una diminuzione della produttività che costringe l'Italia a comprare i prodotti all’estero utilizzando soldi che potrebbero essere investiti in modo migliore.
Un altro problema causato dalla costruzione di questi edifici riguarda l’aspetto estetico. Ormai il nostro Paese sta diventando un’immensa distesa di case, fabbriche, capannoni. Non ci sono più le periferie che dividevano le varie città, adesso è tutta un gigantesco centro urbano. La situazione è stata gestita meglio in altri Paesi, come Francia e Germania, nei quali gli edifici sono stati costruiti nel centro delle città mentre in periferia si possono liberamente svolgere attività agricole.
Dal video citato precedentemente si possono ottenere informazioni sulla quantità di suolo che viene “perso” nel corso di un anno: ogni anno viene infatti occupata un'area pari a 200 ettari, all'incirca un campo da calcio al giorno; dal 1976 al 2003 è stata occupata dal cemento l'equivalente di 14 volte le dimensioni della città di Bologna . E il terreno sul quale si costruiscono edifici non può essere riutilizzato a fini agricoli addirittura per migliaia di anni.
La perdita di terreno agricolo inoltre porta anche all'aumento di anidride carbonica nell’atmosfera, contribuendo al dilatamento del buco dell’ozono con le relative conseguenze.
Vi è un modo per sfruttare in maniera migliore il nostro territorio? Secondo noi bisognerebbe seguire i comportamenti dei Paesi citati in precedenza. Un'altra soluzione potrebbe poi essere quella di demolire gli edifici inutilizzati e ricostruire nei punti in cui si trovavano questi ultimi per non perdere anche quel poco terreno naturale e coltivabile che è rimasto.
E se non si trovasse un rimedio? Come saremo tra 50-100 anni se continueremo su questa strada? Molto probabilmente, continuando così, ci ritroveremo tra 100 anni in un mondo completamente privo di verde, di prati, di campi, con solo enormi grattacieli,strade e fabbriche.